FRANCO CARDINI.
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IL SALADINO.
Una storia di Crociati e Saraceni.
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1999. Edizioni Piemme, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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"Udite udite, gente, la storia dei buoni crociati e dei crudeli saraceni!", gridavano un tempo i cantastorie. Questa  la storia del sultano curdo che strapp per sempre il Santo Sepolcro ai cavalieri cristiani, dell'avversario di Riccardo Cuor di Leone.  la storia di un eroe e della guerra che lo rese immortale, tanto che ancora oggi, nel mondo musulmano, la sua figura simboleggia il desiderio di rivalsa nei confronti dell'Occidente.  la storia di al-Malik an-Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub, che noi chiamiamo il Saladino. Franco Cardini ci trasporta in un esotico mondo antico fatto di giardini profumati, di fortezze inespugnabili, di guerrieri e dame carichi di armature e gioielli. Ma il quadro che emerge  ben diverso dal medioevo immaginario degli scrittori romantici dell'Ottocento: qui i crociati, pi che eroi valorosi, sembrano perlopi sfacciati briganti, mentre gli infedeli appaiono, in fondo, di gran lunga pi civili dei cristiani. Con illuminata prospettiva, Cardini descrive la seconda met del favoloso dodicesimo secolo, facendoci capire nel contempo quanto la vicenda del Saladino sia tuttora rilevante per il futuro dei rapporti tra Oriente ed Occidente.
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INTRODUZIONE.
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Questa, nonostante il titolo, non  una biografia del principe curdo-siriano Salah ad-Din, che noi siamo abituati a chiamare il "Saladino".  piuttosto il racconto, volutamente spoglio quanto pi sia possibile di problemi critici e storiografici, di una serie di vicende avvenute nel corso del dodicesimo secolo in quello che di solito si definisce il Vicino Oriente;  anche un tentativo di contestualizzare in modo semplice e piacevole quelle vicende nel pi ampio quadro del mondo euro-afro-asiatico e, soprattutto, mediterraneo del tempo.
Noialtri "occidentali" siamo abituati a leggere la storia precedente il Cinquecento in modo ancora fortemente eurocentrico: in realt per, dall'Antichit in poi, la maggior parte delle cose davvero importanti e significative  avvenuta, prima della fine del cosiddetto "Medioevo", nel mondo asiatico e anche in quello africano.
Del resto, almeno fra ottavo e nono secolo, la penisola iberica e le grandi isole mediterranee sono state in tutto o in parte una componente di quella realt geostoricamente parlando afro-asiatica che era e che  a lungo rimasta l'Islam.
La storia che ci accingiamo a narrare  comunque, e a ogni buon titolo, "nostra". Intendo dire di noi moderni, di noi figli dell'Occidente e della fine del secondo millennio.  per molti versi la storia del nostro immaginario che, gi dal Medioevo ma con maggior forza poi dal Sette-Ottocento, si  nutrito di figure e di personaggi come il Saladino, Riccardo Cuor di Leone, Eleonora d'Aquitania, Federico Barbarossa e tanti altri che in queste pagine appaiono come protagonisti o co-protagonisti, "magari fuoricampo".
Ma il vero grande attore di questo libro  forse il formidabile dodicesimo secolo, quello in cui la nostra cultura ha davvero voltato pagina: il secolo del ritorno delle scienze e del sapere filosofico al mondo latino - che in qualche modo ne era stato sfiorato durante la lunga et romano-alessandrina - grazie al tramite delle culture arabo-persiana ed ebraica attinte soprattutto attraverso il vettore iberico, ma in parte anche attraverso quella che amiamo definire la Terrasanta, o l'"Oltremare" cristiano.
In realt il Saladino non  per noi esattamente un eroe del suo tempo. Abbiamo sempre saputo poco di lui e della sua vita quale veramente essa  stata vissuta. Ne esistono tuttavia buoni lavori biografici: a essi rimandiamo, n a essi vogliamo aggiungere qualcosa.
Quel che davvero ci interessa in questa sede  aiutare il lettore a ricostruire il background degli avvenimenti storici, quali davvero per quel che ne sappiamo si svolsero, relativi a una figura che ci  familiare da Dante e da Boccaccio, attraverso Lessing e Scott fino agli exploits turisti-co-diplomatici del Kaiser Guglielmo secondo e a pi recenti avventure cinematografiche. Una figura che abbiamo ammirato per le sue virt cavalleresche, sognato per i suoi poteri magici, venerato per la sua moderazione e la sua naturale disposizione alla tolleranza.
Va da s che la penna che ha scritto queste pagine  stata pi volte immersa nell'inchiostro weberiano del disincanto.
Yusuf ibn Ayyub Salah ad-Din era in effetti forse molto meno cavalleresco, per nulla dotato di poteri magici, e la sua pietas coranica non aveva niente a che fare con lo spirito di tolleranza quale noi lo concepiamo dopo Locke e Voltaire.
Il che non toglie che comunque, e spesso senza malintesi e mistificazioni, la sua immagine abbia potuto servire come modello.
Una lezione da ricordare soprattutto oggi, mentre dinanzi a una nuova fase degli antichi rapporti fra Occidente e Islam, troppi fra noi si chiedono che cosa la nostra cultura debba veramente a quella musulmana, magari spesso rispondendosi che nulla le deve.
Pu essere anche civicamente utile ricordare a chi  convinto di questo che nella nostra ideale galleria dei nobili antenati un posto non secondario spetta a un principe curdo, cos come un posto non secondario noialtri europei dobbiamo riservare al tagiko Avicenna o all'ebreo di Cordoba Mos detto il Maimonide.
E di ci era ben consapevole Dante, che in piena et crociata non aveva osato condannare il Saladino all'Inferno e gli aveva riservato un posto accanto a Cesare e a Virgilio, sia pure "solo, in parte".
Questo libro deve molto all'incontro fra un Autore e un Editore che amano entrambi "raccontare" la storia per un pubblico che ama leggerne, e che ha in fondo il sacrosanto diritto di non venir tormentato a colpi di moduli problematici e di questioni esegetiche.
Esso deve inoltre moltissimo alle attenzioni dell'Amico Tuvia Fogel, che a queste pagine ha dedicato molto di pi che non un attento e intelligente editing.
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Capitolo Primo.
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AL DOLCE TEMPO DELLA PRIMAVERA.
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Il vero protagonista di questa storia, come abbiamo detto,  il favoloso dodicesimo secolo. Il secolo di Bernardo di Clairvaux, di Pietro il Venerabile, di Eloisa e Abelardo; il secolo della scuola neoplatonica di Chartres, dell'astrolabio e del Santo Graal; il secolo del gioioso espandersi della Cristianit, con le sue armi e i suoi commerci, a ovest verso il centro della penisola iberica, a sud sino a lambire l'Africa, a est fino al Giordano. Il secolo dei pellegrinaggi, delle svettanti cattedrali, delle ricche fiere di Champagne, dell'avvio della poesia trobadorica - quella che ha "inventato l'amore" cos come lo abbiamo poi, per secoli, concepito - e del romanzo cavalleresco.
Certo, per uno di noi le condizioni di vita di quel tempo sarebbero state d'una sconvolgente durezza. Paragonate per a quel che gli europei avevano subito nel tempo precedente, specie fra nono e decimo secolo, esse dovevano parere dolcissime. V'era stato, proprio nello scorcio fra decimo e undicesimo secolo, un generale e sensibile miglioramento del clima: esso aveva determinato una certa crescita nel numero degli abitanti del continente, anche perch si erano ridotte le malattie respiratorie che insidiavano soprattutto i bambini e gli anziani. Ma a un accresciuto numero di persone bisognava dar adeguatamente da mangiare: il che non era semplice, in quanto la gente del tempo viveva d'un'agricoltura dai metodi rozzi, in cui si produceva poco. Dal momento che la terra, mal concimata, non rendeva, se si volevano migliorare i raccolti l'unica cosa da fare era dissodare o bonificare estensioni pi ampie.
Il bosco e la palude erano difatti, allora, i padroni dello spazio europeo: e tagliare alberi, disseccare acquitrini, arare e seminare erano operazioni penose e faticose.
Tuttavia, i prodotti della terra rendevano: e dappertutto fiorivano quindi nuovi villaggi contadini, favoriti dai signori locali che avevano interesse ad accumulare cos nuova ricchezza. I prodotti affluivano alle citt, che s'ingrandivano - mentre, specie nel settentrione europeo, molti nuovi centri urbani venivano fondati - e nelle quali cominciava a circolare di nuovo il denaro. Si trattava di brutte, leggere monetine d'argento in lega con metalli pi vili: ma era il segno d'una ripresa.
Fra villaggio e villaggio, fra citt e citt, si andava ampliando un reticolo di nuove strade. Non erano certo le vie larghe, dritte, ben lastricate dell'et romana: erano piuttosto viottoli e sentieri impervi, insicuri, magari appena segnati e che si arrestavano in corrispondenza dei corsi d'acqua. I ponti erano infatti rari, di solito in legno, cedevano spesso: al punto che si preferivano i guadi. L'insicurezza delle strade faceva s che si moltiplicassero i culti dei santi protettori del cammino: come appunto Cristoforo, del quale la leggenda diceva ch'era un gigante dalla testa di cane il quale, per penitenza, si era messo a far l'umile mestiere del traghettatore e una volta aveva portato da una sponda all'altra d'un certo fiume un bambino che poi si era rivelato come Ges.
Ma l'infittirsi del traffico viario aveva obbligato la gente del tempo a porsi il problema della sicurezza. Viaggiare era infatti rischioso: fenomeni naturali come le inondazioni, animali selvatici e briganti erano sempre in agguato; a essi si aggiungevano certi aristocratici con i loro seguiti armati, in perenne bisogno di denaro, che "presidiavano" le strade ma pi che difendere, taglieggiavano i viandanti.
Anzi, le frequenti guerre tra signori, ciascuno con i loro guerrieri, si risolvevano regolarmente in un ostacolo al pacifico sviluppo delle attivit economiche e commerciali.
La Chiesa intervenne presto in questa situazione, a partire dalla Francia centromeridionale dov'essa si era presto manifestata in tutta la sua gravit. A favore di chi viaggiava, ma in genere di tutti gli inermi e gli indifesi, si erano proclamate pi volte sia la "pace di Dio", che minacciava la scomunica a chi avesse assalito certe categorie di persone o certe aree privilegiate (quelle ad esempio di santuari e mercati), sia la "tregua di Dio", che consisteva nel proibire solennemente qualunque forma di combattimento in certi giorni dell'anno o della settimana. Questa tutela della Chiesa non va ricondotta soltanto all'importante ruolo anche politico che essa in quegli anni copriva. Il fatto  che una parte massiccia (sulle prime quasi esclusiva) del traffico viario di quei tempi era costituita da un viaggiatore speciale: il pellegrino.
Il pellegrinaggio - una pratica spirituale di cui da tempo non si parlava quanto si fa oggi, nei mesi che precedono il Grande Giubileo del 2000 -  un viaggio a scopo religioso che culmina nella visita a un santuario o a una reliquia, o comunque a un oggetto significativo nel quadro della religione a cui si riferisce.
Se ne conoscono varie forme - con scopi differenti - un po' in tutte le religioni conosciute, sia quelle antiche sia quelle ancora viventi. Il pellegrinaggio nelle tre religioni sorelle che si riconoscono nel patto tra Dio e il biblico patriarca Abramo - cio nell'Ebraismo, nel Cristianesimo e nell'Islam - ha tuttavia la caratteristica comune di collegarsi a luoghi teatro di avvenimenti non isolati nel mito, ma ben situabili nella storia. Cos il pellegrinaggio a Gerusalemme, comune alle tre fedi che nella Citt Santa scorgono un pegno concreto del patto fra Dio e uomini. Il pellegrinaggio per eccellenza nel mondo cristiano  appunto quello a Gerusalemme, modellato sul pellegrinaggio ebraico. Esso sembra datare gi dal primo-secondo secolo d.C. e ha come destinazione specifica il sepolcro del Cristo, prima cercato con amore dai pellegrini e poi - secondo la tradizione - individuato verso il 330 da sant'Elena imperatrice, madre di Costantino. I primi cristiani si recavano a Gerusalemme disposti a concludervi la vita; pi tardi si prefer un viaggio che prevedesse un ritorno e che avesse, specie a partire dall'vin secolo, caratteristici requisiti di tipo penitenziale.
L'antica consuetudine dei pellegrinaggi si era rafforzata a partire dal decimo secolo. Il pellegrino di allora conosceva tre principali mete: Santiago in Galizia (nel Nord-ovest della Spagna), dove si veneravano le reliquie dell'apostolo Giacomo; Roma, dove si potevano visitare le tombe di numerosi martiri e la reliquia della cosiddetta "Veronica" (un panno sul quale si erano miracolosamente impressi i tratti del volto di Ges); infine Gerusalemme e il Santo Sepolcro. Ma lungo la strada, disseminata di santuari minori e di ospizi nei quali era possibile rifocillarsi e riposare, i pellegrini potevano pregare e far largo bottino di speciali forme di condono delle pene che sarebbero loro spettate per i loro peccati, dette "indulgenze".
Il pellegrino era sacro. Portava cucito sulle sue povere vesti un distintivo particolare che indicava la meta alla quale era diretto o dalla quale tornava (una conchiglia per chi andava a Santiago, le chiavi di Pietro o il panno della Veronica per chi era diretto a Roma, una croce o una palma per coloro che intendevano raggiungere Gerusalemme): non lo si poteva n derubare, n tanto meno uccidere senza incorrere nella scomunica. E i pur duri guerrieri dell'undicesimo secolo avevano paura dell'Inferno.
La Chiesa comunque - anche se le sedi ecclesiastiche interessate ai pellegrinaggi li incoraggiavano per motivi sia economici sia di prestigio - guardava al fenomeno del "viaggio sacro" con una certa diffidenza.
Questa si tradusse ben presto nell'elaborazione di una serie di norme atte a garantire le istituzioni contro forme di religiosit troppo libera, che avrebbe potuto degenerare in forme indisciplinate e superstiziose.
Il pellegrino godeva quindi di privilegi spirituali ("indulgenze", cio remissioni dei peccati) e materiali (come il diritto a ottenere dilazioni nel pagamento di eventuali debiti), ma doveva in cambio formulare un voto preciso di pellegrinaggio ed esserne autorizzato dalle autorit ecclesiastiche, portare insegne particolari che lo rendessero riconoscibile e rispettare specifici codici di comportamento.
Il che sottintende che esistevano in realt falsi pellegrini, personaggi equivoci o anche criminali che abusavano di vesti e insegne di pellegrinaggio per sfuggire al controllo della societ o per commettere abusi e reati.
In effetti il carattere del pellegrino  ambiguo: e l'ambiguit  ben espressa dal distintivo che reca in evidenza. Quel segno serve a riconoscerlo immediatamente come penitente e ad avvertire tutti che speciale considerazione e speciali privilegi gli vanno attribuiti; ma, come penitente pubblico, il pellegrino  anche un peccatore confesso, e il distintivo acquista sotto questo profilo il valore di un contrassegno infamante. Allo stesso modo, secondo la Bibbia, Dio impresse sul fratricida Caino un segno affinch tutti lo riconoscessero per il suo delitto e nessuno gli facesse del male, in modo che egli dovesse espiare per tutta la vita il suo crimine, riconosciuto ed evitato da tutti. Ma sotto il ruvido mantello del pellegrino poteva esserci di tutto: anche il mercante.
Le strade brulicavano quindi di gente d'ogni condizione, dai cavalieri che si mettevano per strada in gruppo alla ricerca di un vantaggioso ingaggio mercenario fino a consistenti schiere di aspiranti contadini che si spostavano di regione in regione alla ricerca di un signore che consentisse loro di stabilirsi nelle sue terre, fondarvi nuovi villaggi e moltiplicare i prodotti della terra, tanto richiesti e tanto ben pagati nelle citt.
Le quali avevano bisogno anche di molte altre cose, prima fra tutte la legna da ardere e il buon legname da costruzione, tanto pi richiesto dalle citt costiere che disponevano di porti e cantieri navali. Furono sulle prime soprattutto i signori ecclesiastici - i vescovi e gli abati - a capire come fosse anche loro interesse consentire che le loro terre venissero coltivate e che le strade delle regioni da essi controllate fossero considerate sicure; in questo modo si diffondeva una prosperit fino ad allora sconosciuta. Ma i signori laici, meno colti e abituati a considerare chi transitasse dalle loro parti come una possibile preda o quanto meno come passeggeri da sottoporre a estorsioni, guardavano sulle prime con sospetto all'assalto contadino a quei boschi e a quelle paludi in cui erano abituati a esercitare un secolare diritto - la caccia - ch'era a loro modo di vedere anche divertimento, addestramento alla guerra e provvista d'un tipo di cibo considerato degno di loro: la selvaggina.
D'altronde i guerrieri aristocratici, che pur erano abituati a un sobrio e duro tenore di vita, amavano gli oggetti pregiati e le merci raffinate che sempre pi spesso raggiungevano dall'Oriente i nostri mercati: le stoffe preziose, le gemme, le "spezie" (dal pepe all'incenso) che arricchivano la tavola o rendevano pi solenne il culto religioso, i bei manufatti d'argento o d'avorio.
Per comprare queste cose, come per mantenersi in armi con un adeguato seguito di uomini e di cavalli, il denaro non bastava mai, e quello proveniente dalle rendite agricole era scarso. Bisognava far guerra ai vicini per impadronirsi di grasso bottino o per catturare in battaglia avversari e sottoporli a riscatto; oppure cercare l'avventura lontano, magari in Oriente o in Spagna, e tornarne carichi di spoglie strappate al nemico; oppure, infine, assalire fiere e mercanti nonostante i divieti ecclesiastici. Ma scegliendo quest'ultima strada non si rischiava pi soltanto l'anima; ormai cittadini e contadini, incoraggiati da vescovi e abati e magari inquadrati da altri aristocratici guerrieri - o per tornaconto, o sulla base d'un sincero pentimento per la vita fino ad allora condotta - riuscivano sempre pi spesso a tener testa a chiunque osasse infrangere quella pace che appariva sempre pi come la principale garanzia di benessere.
Molti fra quelli ai quali era affidato il ruolo di garantire la giustizia e di difendere gli inermi con la loro forza, e che da generazioni ormai s'erano dati alle guerre private e ai saccheggi, si stavano ora rivelando sempre pi sensibili all'insegnamento di una Chiesa a sua volta in via di rinnovamento, la quale andava piano piano fondando una morale di un nuovo tipo per i guerrieri. Se fino ad allora il loro prestigio era consistito nella loro forza, ora si faceva strada l'idea che il vero guerriero cristiano avrebbe dovuto esser s valoroso, ma soprattutto generoso e pio: che avrebbe dovuto difendere gli inermi, le donne, i poveri contro potenti e prepotenti; che avrebbe dovuto ispirar la sua vita a nuovi ideali di austerit, abbandonando sia la sete di vendetta ch'era stata finora movente di molte guerre private, sia il desiderio di ricchezza.
Nasceva cos il "cavaliere": che era tale non solo perch combatteva a cavallo, ma anzitutto perch obbediva ai precetti ispirati al rispetto dei deboli e accettava di vivere in modo pi coerente quella fede cristiana che fino ad allora era stata per lui soprattutto un insieme di riti, di formule e di simboli, qualcosa forse pi di magico che non di religioso.
Tuttavia, i cavalieri avevano per lunghe generazioni espresso la loro stessa ragion d'essere nella guerra: ora che le condizioni della vita nel continente erano mutate e che lo sviluppo agricolo e mercantile richiedeva invece l'instaurazione di un regime di pace, era difficile chieder loro di rinunziare a una pratica che coincideva con la loro identit.
Ma parve che la risposta provenisse, originale e rivelatrice, da papa Urbano secondo, durante una riunione di ecclesiastici nella citt alverniate di Clermont, nella Francia centrale.
Si era allora nel novembre del 1095. Urbano secondo era stato, prima di divenir pontefice, monaco dell'Ordine benedettino in un'abbazia della Borgogna, Cluny, nota perch proprio da l si era avviata una riforma dei costumi della Chiesa e della societ del tempo basata su una pi rigorosa moralit, su un modo di vivere non pi soltanto esteriormente i valori cristiani. Molti guerrieri si erano lasciati affascinare da queste nuove prospettive.
Fino ad allora, il guerriero che avesse voluto "convertirsi" avrebbe lasciato le armi e sarebbe entrato in monastero. Ma i riformatori di Cluny si muovevano ora sotto nuove prospettive: il laico provvisto di potere, di prestigio, di coraggio che avesse voluto servire la Chiesa avrebbe potuto farlo pi proficuamente non gi ritirandosi in penitenza e in preghiera, bens esercitando attivamente la sua penitenza con il restare al suo posto e imporre la sua visione intimamente cristiana del mondo attraverso un comportamento pratico che a ci fosse adeguato. Ma come chiedere a dei guerrieri, che non sapevano far altro se non combattere, di deporre le armi? A Clermont, Urbano secondo propose qualcosa di differente. Fino ad allora, quegli armati erano stati motivo di rovina e di terrore nelle loro terre.
Ora, per, l'imperatore di Costantinopoli (sotto la sovranit del quale stava un territorio compreso tra Danubio ed Eufrate e tra Grecia e Caucaso) era sempre pi minacciato da successive ondate di genti guerriere provenienti dall'Asia centrale, i turchi, da poco tempo convertiti all'Islam.
L'imperatore cristiano d'Oriente usava reclutar mercenari per contrastare i turchi nella penisola anatolica, un territorio conteso tra cristiani e musulmani. Andassero gli inquieti cavalieri di Francia e d'Occidente a porre le loro armi al servizio dei fratelli d'Oriente minacciati dagli infedeli: sarebbero stati ben ricompensati, avrebbero catturato prede ricchissime e si sarebbero santificati combattendo i "pagani" mentre - se fossero restati in patria - avrebbero incontrato invece la dannazione eterna versando sangue cristiano in guerre fratricide.
Del discorso di Urbano secondo a Clermont non abbiamo testimonianze dirette. Esso ci  stato tuttavia riportato da quattro distinti cronisti, che scrivevano tutti alcuni anni pi tardi, ma che sostenevano di esserne stati testimoni oculari. Ecco quanto il papa avrebbe detto secondo il chierico francese Fulcherio di Chartes:
"Poich, o figli di Dio, Gli avete promesso di osservare tra voi la pace e di custodire fedelmente le leggi con maggior decisione di quanto siete stati soliti fino a oggi fare,  il caso d'impegnare il vostro onore (ora che la correzione di Dio vi ha rinvigoriti) in qualche servizio a vantaggio del Signore e vostro.
 necessario che vi affrettiate a soccorrere i vostri fratelli orientali, che hanno bisogno del vostro aiuto e spesso lo hanno richiesto.
Infatti, come gi  stato detto, i turchi - gente che viene dalla Persia e che ormai ha moltiplicato le guerre occupando il territorio cristiano fino ai confini della Romania (l'Impero Bizantino) uccidendo o rendendo schiavi molti, rovinando le chiese, devastando il regno di Dio - sono giunti al braccio di San Giorgio (il Bosforo).
Se li lasciate ancora agire indisturbati per un po' continueranno ad avanzare opprimendo il popolo di Dio. Vi esorto pertanto con insistenza - non sono anzi io a farlo, ma il Signore - affinch (e qui Urbano si rivolge agli ecclesiastici presenti al concilio) persuadiate con continui incitamenti, quali araldi del Cristo, tutti - cavalieri e pedoni, ricchi e poveri - affinch subito accorrano in aiuto dei cristiani per spazzare dalle nostre terre quella stirpe malvagia. Lo dico ai presenti, lo comando agli assenti: ma  il Cristo che lo vuole. Per tutti quelli che partiranno, se incontreranno la morte in viaggio o durante la traversata in mare o in battaglia contro gli infedeli, vi sar l'immediata remissione dei peccati:  quel che io accordo a chi accetta di partire, per l'autorit che Dio mi concede.
Che vergogna sarebbe per tutti se gente cos turpe, degenere, dei demoni, sconfiggesse uomini forti della fede in Dio e resi fulgidi dal nome del Cristo! E quante accuse vi muover il Signore, se non aiuterete chi come voi si trova nel novero dei cristiani! Si affrettino dunque alla battaglia contro gli infedeli, che gi avrebbe dovuto incominciare ed essere portata felicemente a termine, quanti erano soliti fino a oggi combattere illecitamente le loro guerre private contro altri cristiani! Combattano a buon diritto contro i barbari, quanti finora hanno combattuto contro fratelli e consanguinei! Conseguano un premio eterno, quanti fino a oggi hanno fatto i mercenari per un pugno di soldi! Coloro che si affaticavano per danneggiarsi l'anima e il corpo s'impegnino una buona volta per la salute di entrambi! Poich quelli che qui sono tristi e poveri, l saranno lieti e ricchi; e quelli che qui sono stati avversari del Signore, l Gli saranno finalmente amici. Non indugiate a muovervi. Passato quest'inverno impegnate magari i vostri beni, ma procuratevi il necessario al viaggio e mettetevi subito in cammino".
L'appello di Clermont, nelle intenzioni di Urbano, avrebbe dovuto provocare l'ordinato esodo di alcune centinaia di guerrieri a cavallo con i loro rispettivi seguiti, compreso qualche grande nobile che si era compromesso combattendo contro il papa nelle lotte di quegli anni e che ora dava segni di voler riparare alle sue scelte con qualche gesto di penitenza. Se quegli aristocratici avessero accettato di "esportare" la loro violenza, liberandone la Cristianit e indirizzandola invece contro gli infedeli, l'Europa avrebbe potuto pi speditamente procedere sul cammino, gi intrapreso, del pacifico sviluppo.
Ma il papa non poteva prevedere quel che sarebbe accaduto in seguito al suo discorso di Clermont, al termine del quale gli astanti gli chiesero a gran voce di distribuir loro il simbolo del pellegrinaggio verso Oriente, una crocetta di stoffa che essi appuntarono sui loro abiti in segno di formulazione di un voto. La notizia dell'esortazione papale e del gesto della distribuzione dell'insegna circol rapidamente per tutta Europa, coinvolgendo alti e bassi esponenti dell'aristocrazia militare ma entusiasmando anche mercanti e armatori delle citt marittime d'Italia (soprattutto Genova e Pisa) che intravidero in una spedizione a Oriente nuove prospettive di arricchimento; e infine trascinando folle inermi di semplici pellegrini, di contadini in cerca di terra, di "poveri" che - incitati da improvvisati predicatori che si atteggiavano a profeti - sognavano forse un po' di ricchezza, ma soprattutto quel radicale mutamento di vita che il Cristianesimo promette ai diseredati. Secondo l'ultimo libro della Bibbia, l'Apocalisse, questi poveri sognavano il Regno dei Cieli. Essi intendevano compiere quel che da molti secoli si faceva, un pellegrinaggio a Gerusalemme: ma sarebbe stato un pellegrinaggio armato, di conquista e di inaugurazione d'un regno di libert e giustizia.
Dopo oltre tre anni di peripezie inaudite, fra il 1096 e 1099, una turba di alcune migliaia di pellegrini guidati da alcuni grandi nobili francesi, fiamminghi e normanni riusc in effetti a conquistare Gerusalemme.
Erano "crociati" perch recavano sulle loro vesti il simbolo della croce, segnale del loro voto di pellegrini. E i posteri avrebbero chiamato la loro impresa - una folle traversata a piedi di Balcani, Anatolia e Siria, compiuta in condizioni proibitive e forse riuscita proprio perch inattesa e priva di senso e di organizzazione - col fatidico nome di "prima crociata". A quel tempo, per, nessuno la chiam cos: la si disse "pellegrinaggio", o "viaggio".
Nell'estate del 1099 i cristiani occidentali si trovarono dunque padroni di un territorio pi o meno vasto quanto la parte occidentale della Siria e del Libano nonch tutta l'area israeliano-palestinese attuale: ma la maggior parte dei pellegrini intendeva tornare a casa e i capi aristocratici dell'impresa, con qualche consigliere ecclesiastico, non avevano la minima idea di come organizzare le terre conquistate. Si decise infine, dopo molte esitazioni, di fondare un regno di Gerusalemme dal quale sarebbero dipesi due principati - di Antiochia e di Galilea e Transgiordania -, alcune contee - come quella di Edina, quella di Tripoli e quella di Giaffa e Ascalona - e alcune signorie minori. I mercanti-marinai-corsari di Genova, di Pisa e di Venezia accettarono di appoggiare l'esperimento ma si impadronirono in cambio delle citt costiere con i loro porti.
Alcuni cavalieri, decisi a continuare per tutta la vita quell'impresa penitenziale che per loro era stato il pellegrinaggio armato, si riunirono ora in nuovi ordini monastici - come i templari e gli ospitalieri di San Giovanni - dov'era consentito condurre vita religiosa e al tempo stesso combattere in difesa dei pellegrini e della Terrasanta conquistata dai crociati.
Si trattava di un'originale traduzione nella realt del tempo del principio cavalleresco della difesa dei deboli: ma s'interpretava in tal modo l'Islam - in blocco - come aggressore, il che per la verit era il contrario di quanto nella prima crociata era avvenuto.
Quello era del resto un tempo d'offensiva dei cristiani d'Occidente, la forza propulsiva dei quali, manifestatasi prima in termini di popolazione e di sviluppo economico, si trasferiva ora sul piano dell'espansione. La prima crociata va difatti considerata in un contesto pi ampio.
Per tutto l'undicesimo secolo cavalieri cristiani, frequentando il cammino del pellegrinaggio spagnolo verso Santiago, avevano aiutato aragonesi e castigliani nella lotta per la riconquista della penisola iberica, che nell'ottavo secolo era stata invasa dagli arabo-berberi musulmani che vi avevano fondato il califfato di Cordoba.
Anche le guerre contro i musulmani di Spagna andarono acquistando i contorni della lotta per la fede tipici delle crociate e a esse furono dedicati quei particolari componimenti epici detti "canzoni di gesta", ricchi di ruvida, barbarica poesia.
Ebbene, nel Mediterraneo avveniva la stessa cosa: i marinai genovesi e pisani, uniti nonostante le loro crescenti rivalit, combattevano per cacciare i musulmani dalla Corsica e dalla Sardegna e per saccheggiare le citt costiere musulmane dell'Africa settentrionale. Vista con le nostre moderne prospettive, la guerra sul mare tra cristiani e musulmani  una lotta tra potenze corsare per il predominio delle rotte del commercio navale; ma allora i cristiani la interpretarono come una lotta per la difesa della fede. E del resto, ai loro occhi, la guerra, la religione e il commercio erano strettamente uniti. La splendida cattedrale di Pisa fu eretta grazie al bottino che le navi della citt toscana avevano riportato dal saccheggio nel 1063 di Palermo, allora citt ancora musulmana.
Noi troviamo poco "cristiano" questo comportamento. Ma, cos come ci riesce facile comprendere che in culture diverse dalla nostra si ragioni secondo differenti valori, allo stesso modo dobbiamo adattarci a comprendere che i nostri predecessori interpretavano e vivevano il Cristianesimo in modo diverso da come noi lo interpretiamo e viviamo. Nulla v' di peggio, quando si pensa alla storia, del prestare il nostro modo di valutare le cose alla gente del passato. Specie a quella che sembra per tanti versi somigliarci, come capita ai nostri antenati dell'undicesimo e del dodicesimo secolo.



Capitolo Secondo
DUE CALIFFI E MOLTI POPOLI

I musulmani non conoscono divisioni di razza o di nazione. Essi dividono il mondo in due grandi aree, che si modificano per continuamente: il dar al-Islam ("terra dell'Islam"), dove la loro fede  conosciuta e praticata universalmente o dalla maggior parte della gente; e il dar al-harb ("terra della guerra"), dove prosperano o governano gli altri, gli "infedeli". Questi ultimi, per, non sono tutti uguali: ebrei e cristiani ad esempio sono ahi al-Kitab, "gente del Libro", conoscono cio il vero Dio - che  quello di Abramo e di Ges - e ne praticano la legge, sia pure in modo imperfetto.
Con loro si pu anche andar d'accordo: quando essi sono rappresentati come comunit minoritarie in terra d'Islam possono esercitare il loro culto - sia pur in forma privata e senza diritto a far proseliti - a patto di dichiararsi sottomessi e pagare certe tasse. Il che oggi, a noialtri, sembra un po' restrittivo.
Ma nel dodicesimo secolo, nei paesi musulmani, ebrei e cristiani potevano vivere indisturbati e - in Oriente come in Spagna - spesso era perfino difficile distinguerli dai musulmani. Mentre in Occidente, a parte qualche cosmopolita citt di mare - come Venezia o Pisa - se un povero musulmano si fosse provato a mostrar in giro il suo turbante e la sua barba gli sarebbe capitato di tutto. L'area del dar al-Islam, la terra dei musulmani, nel dodicesimo secolo era immensa. Nella penisola iberica, dove i cristiani premevano e avanzavano dal Nord, era tuttavia ancora "saracena" l'immensa regione a sud del fiume Tago con le splendide citt di Cordoba, di Siviglia, di Valencia, di Granada.
In Africa la dinastia arabo-berbera degli Al-mohadi - ch'era padrona della stessa Spagna musulmana - controllava dalla sua splendida capitale di Marakesh un'area che dallo stretto di Gibilterra giungeva fin quasi alla grande curva del Niger e dall'Atlantico arrivava al golfo della Sirte, mentre l'Egitto, sotto i califfi fatimidi del Cairo, era quasi tutto musulmano - nonostante la massiccia presenza di cristiani locali, i "copti" - fino alla Namibia. Tutta l'Asia poi, dal Caucaso e dal Mar Caspio sino all'Indo e al Syr-Darja, era fedele al profeta Muhammad (che noi, storpiando la pronunzia turca del suo nome, chiamiamo "Maometto") e riconosceva il Corano come un suo libro indiano.
Sar il caso di dire due parole sul Libro Sacro di un quarto dell'odierna umanit. La parola Quran significa "lettura", o "recitazione ad alta voce". Esso  per i musulmani la raccolta delle rivelazione trasmesse da Allah al suo Profeta, Muhammad, nel corso di oltre vent'anni, dal 611 al 632.
Muhammad predicava, non scriveva; i suoi seguaci annotavano le sue parole su vari tipi di supporto (papiro, cocci, foglie di palma, eccetera). Alla morte del Profeta, nel 632, il suo segretario Zaib ibn Thabit riun e copi ordinatamente i frammenti. Nel 650 il califfo Othman dispose che il testo venisse definitivamente sistemato. Lo si divide solitamente in quattro parti, corrispondenti alle tre diverse fasi della predicazione di Muhammad alla Mecca e alla sua attivit nella citt di Medina.
Il Corano  altres diviso in 114 capitoli (sura) a loro volta divisi in versetti (ayat). I singoli capitoli sono distinti da un nome specifico e disposti in ordine di lunghezza decrescente, dal pi lungo (286 versetti) al pi breve (solo 3).
La prima traduzione latina del Corano fu eseguita fra il 1141 e il 1143 in Spagna, a Toledo, che era stata da poco conquistata ed era uno dei centri pi vivi della cultura musulmana ed ebraica del tempo. Traduttore ne fu Roberto di Chester, per incarico dell'abate del monastero di Cluny Pietro "il Venerabile": ma per arrivare alla traduzione si era organizzata una vera e propria quipe che traduceva il testo dall'arabo in castigliano e dal castigliano in latino. La prima traduzione italiana del Corano, dovuta sembra ad Andrea Arrivabene, fu stampata nel 1547 a Venezia con il titolo L'Alcorano di Macometto.
Nel dar al-Islam non v'era, per, unit politica: n v'era mai stata - fin dal primo secolo della vita dell'Islam, il settimo - vera e propria unit religiosa. Muhammad aveva sommato in s i caratteri del capo sia politico sia religioso: ma nel 632, alla sua morte, il suo posto era stato preso da un "vicario" (in arabo khalifa).
Da allora i "califfi" - che secondo la tradizione dovevano essere discendenti del Profeta - avevano rappresentato l'unit spirituale dell'Islam, senza tuttavia un vero e proprio potere, salvo i primissimi tempi. Inoltre il mondo musulmano si era scisso quasi subito in due grandi partiti, il primo detto "sunnita" e il secondo "sciita", e ciascuno aveva eletto un suo califfo. Questi avevano finito col tempo con l'assumere i connotati di due diversi modi di concepire e di vivere l'Islam: e si erano a loro volta divisi in scuole e sottoscuole.
Nel dodicesimo secolo il califfo sunnita, appartenente alla dinastia degli Abbasidi, regnava nella fiabesca e opulenta citt di Baghdad, ma non contava quasi niente perch il suo potere - in teoria esteso dall'Anatolia alla penisola arabica e a gran parte della Persia - era tenuto, come fra poco meglio vedremo, dai turchi o da dinastie locali; mentre la Persia orientale e l'Afghanistan erano controllati dalla famiglia dei Ghaznavidi, ricca e potente perch i suoi territori erano attraversati dalla pista carovaniera pi importante dell'intero continente asiatico, la "Via della Seta" che univa il Mediterraneo alla Cina.
Secondo gli storici moderni, il controllo di quest'arteria commerciale - almeno sin quando i portoghesi non aprirono un passaggio marittimo attorno all'Africa nel sedicesimo secolo - fu uno dei fattori che pi contribuirono a determinare molti eventi di quello che chiamiamo il Medioevo, crociate comprese. Sar perci il caso di aprire una parentesi per spiegare l'enorme importanza di quella pista interminabile.
Vi erano nella societ antica e in quella medievale molte sostanze - soprattutto vegetali, ma anche animali e minerali - che si trovavano in natura o che erano poste a disposizione dell'uomo dopo una pi o meno semplice lavorazione. Sostanze che servivano ai pi vari usi: riti religiosi, conservazione degli alimenti, confezione di medicinali, utilizzazione in campo manifatturiero (soprattutto per la tintura delle stoffe). L'incenso, la canfora, la noce moscata, la cannella, i vari tipi di zucchero e tutte quelle sostanze coloranti dette "oltremarine" senza le quali le lane e le sete prodotte a partire dal dodicesimo-tredicesimo secolo in centri come Firenze non sarebbero state apprezzate e i nostri affreschi, le nostre tavole d'altare non conoscerebbero la splendida luce che anche oggi, sette secoli pi tardi, le anima.
Si trattava delle sostanze pi varie: fiori, frutti, gomme, resine, radici. Il mondo mediterraneo ne era povero. In uso fin dall'antico Oriente, esse avevano di solito la loro origine in paesi dell'Asia quali l'India o l'area indocinese. Nell'antica Roma provenivano da quei paesi attraverso l'Oceano Indiano e risalendo quindi la costa occidentale della penisola arabica sino alle citt carovaniere di Petra, di Palmira, di Baalbek, di Damasco; oppure sbarcavano sulla sponda occidentale del Mar Rosso e da l risalivano il Nilo fino ai porti del delta.
La pi antica rotta delle spezie, ben nota ai romani, era la "Via dell'Incenso" attraverso l'Arabia: le citt arabe della Mecca e di Medina, dov' nato l'Islam, ne erano tappe. Il commercio delle spezie attraverso il Nilo dur a lungo: tanto che nel Medioevo era diffusa la leggenda che, poich il Nilo nasceva dal Paradiso Terrestre, le spezie cadessero spontaneamente nelle acque del grande fiume, che le recava poi sino al Delta. L'aroma delle spezie, secondo i viaggiatori, sarebbe stato un segnale dell'approssimarsi del Paradiso Terrestre.
Nel mondo medievale, tuttavia, la via carovaniera di terra pi importante per il traffico delle spezie fu la cosiddetta "Via della Seta" che partendo dal medio corso dello Huang-Ho transitava per il grande deserto attraverso i laghi Balcash e Pamir, giungeva ai centri di Samarcanda e di Buchara e da l procedeva verso Baghdad o verso la citt di Tabriz, nell'Azerbaidjan. Le merci potevano quindi raggiungere i porti mediterranei di Tiro, Acri, Giaffa oppure quello di Trebisonda sul Mar Nero.
Aleppo e Damasco erano i grandi empori di smistamento delle spezie, che erano imbarcate quindi per l'Occidente.
Ma torniamo ai nostri califfi. L'Egitto viveva sotto il formale governo della dinastia califfale dei Fatimidi, di osservanza sciita, che faceva risalire la sua nobilt a Fatima, figlia del Profeta, ma che viveva nel suo palazzo quasi prigioniera di onnipotenti primi ministri (i vizir) e di truppe mercenarie d'origine servile (conosciute col nome di "mamelucchi" dall'arabo mamluk, "schiavo") composte da turchi, da slavi, da circassi, da curdi. I mamelucchi, data la loro provenienza, erano di pelle chiara e sovente avevano anche capelli biondi o rossi, occhi azzurri o verdi. Per quanto l'Islam non sia per sua natura sensibile alle differenze etniche di sorta, in Egitto il contrasto stridente tra questi servi-padroni "bianchi" e la gente del luogo, profondamente segnata dalla presenza di nubiani e di sudanesi dalla pelle scura e dai tratti africanidi, avrebbe molto influenzato - fino a tempi recentissimi - la storia anche politica del paese. Ma pi che le differenze somatiche, tra le genti che avevano accettato l'Islam contavano quelle linguistiche e culturali. Gli europei del tempo avevano la sensazione che il mondo musulmano fosse una realt compatta, da Cordoba sino all'Egitto e alla Terrasanta (dato che, a est e a sud di tali terre, la conoscenza che se ne aveva in Occidente era molto generica e teorica, legata a quel che ne avevano detto i romani antichi e infarcita di notizie fiabesche).
Invece, esso era non solo attraversato da discordie dinastiche e politiche non meno forti di quelle che dividevano tra loro i cristiani, ma era anche caratterizzato dalla difficile convivenza di genti che per storia, per lingua e per cultura avevano un illustre passato che neppure l'uniformit della religione islamica aveva fatto dimenticare. Al contrario: dietro ai differenti modi di vivere l'Islam s'intravedono molto spesso i segni della permanenza di antiche, mai dimenticate tradizioni.
Religione a carattere universale, l'Islam non conosce alcuna nozione di "popolo eletto". Esso  tuttavia nato nella penisola arabica e il suo Libro Sacro, il Corano,  scritto in arabo. Nessuna traduzione di esso  ufficialmente autorizzata da alcuna autorit musulmana: il vero credente deve leggere il Libro e pregare in arabo. Ci costituisce uno straordinario fattore di coesione e di unit anche spirituale e culturale fra tutti i fedeli.
(Lo stesso si potrebbe dire dell'effetto longevo e unificante che ha avuto per gli ebrei, nei lunghi secoli della diaspora, il fatto che il loro Libro Sacro - la Torah - potesse esser studiato solamente nella lingua sacra, l'ebraico.)
Il discorso sull'universalit dell'Islam conduce ad aprire un'altra parentesi, per discutere della vessata questione dei nomi: "musulmani", "arabi", "saraceni", "agareni", "ismaeliti", "infedeli", "pagani", "mori"... Le nostre fonti fanno davvero un bel pasticcio, quando parlano dell'Islam e delle genti che lo seguono.
E dal Medioevo le cose non si sono chiarite: ancor oggi capita di sentir confondere - alla televisione e sui giornali - gli arabi, che sono un popolo, con i musulmani, che sono i fedeli di una religione.
Ancor oggi capita di sentir definire "popolo arabo" i curdi, i turchi o gli iraniani solo perch sono musulmani. Oppure di sentir parlare dell'Islam come della "religione araba", con sorprendente ignoranza del fatto che esistono arabi cristiani, cos come esistono musulmani che arabi non sono.
Nel Medioevo la parola "arabo" non godeva di buona fama. Il mondo romano aveva trasmesso all'Occidente medievale l'idea, diffusa tra gli scrittori antichi, che gli arabi fossero molles: infidi ed effeminati. Era un topos, un "luogo comune" letterario, ma serv ad esempio per propagandare l'idea - del tutto falsa - che l'Islam fosse un credo ispirato alla lussuria e all'immoralit sessuale.
Le parole "infedeli" e "pagani" per indicare i musulmani non sono sinonimi. La prima allude semplicemente alla loro natura di noncristiani, o forse anche all'idea (secondo un malinteso comune nel Medioevo) che l'Islam fosse un Cristianesimo degenerato, eretico, e il profeta Muhammad un prelato cristiano che si era inventato una nuova religione perch indispettito del fatto di non aver conseguito un elevato rango nella Chiesa (si costru su questo una leggenda di "Maometto" che lo descriveva avido, lussurioso, traditore, stregone: essa dur fino al Settecento). Chiamare i musulmani "pagani" era invece una bizzarra invenzione: si accusava l'Islam - che  rigidamente monoteista e detesta ogni forma di idolatria - di adorare divinit pagane come Apollo, quando non addirittura il demonio, e di adorare "Maometto" come Dio. Pi dotte erano invece le parole "saraceno" e "agareno": con esse s'intendeva rinviare alla Bibbia, secondo la quale il popolo arabo sarebbe disceso da Abramo.
Non per attraverso la legittima moglie Sara (quindi il termine saraceno sarebbe improprio), bens attraverso una schiava egiziana, Agar (da qui il termine agareno). Ismaele, naturalmente, era il figlio di Agar dal quale discesero i popoli della penisola arabica.
Nei diari dei pellegrini medievali a Gerusalemme - ne abbiamo parecchi, in latino e nelle lingue "volgari" - si distingue tuttavia sovente tra i "saraceni", che sono gli abitanti delle citt musulmane, e gli "arabi", che sono i nomadi, la gente del deserto. Il termine "moro", d'origine prevalentemente spagnola,  invece un'evoluzione della parola maurus, abitante della Mauritania, quindi dell'Africa settentrionale.
In realt, i mori che nell'ottavo secolo invasero la Spagna erano soprattutto berberi. La parola "moro" valse da allora in poi a indicare tipi fisici dalla pelle e dai capelli bruni, talora con tratti africanidi. Per questo essa  passata, anche oggi, a qualificare un color bruno-scuro.
Ora gli arabi del settimo secolo, che dalla Mecca e da Medina partirono alla conquista del mondo, non possedevano una grande cultura scritta. Ma l'Islam era fondato sulla parola tramandata per iscritto; e ci dette luogo, in pochissimo tempo, a una vera e propria fioritura. Poich il Corano vietava le immagini degli esseri viventi - evidentemente per timore che ci desse luogo a nuove tentazioni idolatriche - l'arte musulmana si fond sull'eleganza calligrafica mentre i dotti di qualunque paese venisse guadagnato alla nuova fede, pur conservando la loro lingua e le loro tradizioni, impararono a padroneggiare l'arabo e a tradurre in tale lingua ogni sorta di opere letterarie, poetiche, scientifiche. Ci nondimeno, le precedenti culture permanevano viventi. In Anatolia e in Siria, aree abitate da genti in parte affini ma originariamente non identiche agli arabi, il greco rest a lungo diffuso insieme a un'altra lingua ricca di tradizioni culturali, il siriaco.
I musulmani, nel settimo secolo, avevano conquistato in pochi anni lo sterminato impero persiano, la storia del quale era antica di circa tredici secoli e dinanzi al quale - dopo Alessandro - si erano dovuti arrestare romani e bizantini; la religione di tale impero, il mazdaismo, era stata dai musulmani ferocemente combattuta in quanto khafir, "pagana" (eppure, in piccolissime isole culturali, sopravvive ancora); ma la lingua rest intatta, per quanto si prendesse l'abitudine di trascriverla in caratteri arabi.
In tal modo si cre, tra il Tigri e l'Indo, un immenso mondo bilingue nel quale si pregava in arabo ma si poetava e si discuteva di scienza in persiano. Tale fu l'attrazione esercitata dallo straordinario patrimonio culturale della Persia che a sua volta l'arabo accolse infinite suggestioni da esso provenienti: al punto che si pu parlare di una vera e propria sintesi arabo-persiana come caratteristica dell'Islam medioorientale. In tale area tuttavia, a partire dai secoli decimo-undicesimo, s'introdusse un'altra autorevole voce: la turca. Genti d'origine etnica e linguistica molto diversa sia dai semiti arabi sia dagli indoeuropei persiani, i turchi appartengono a un ceppo uraloaltaico e sono affini ai mongoli. Originari dell'Asia nordorientale, dopo una lunga serie di migrazioni essi avevano occupato, nel decimo secolo, un'ampia area asiatica che dai confini dell'India e della Persia giungeva fino a quelli della Cina. La loro struttura politica e sociale si configurava come una grande confederazione di trib con a capo dei khagan (letteralmente "signori di popoli"), nome che fu poi contratto in khan.
Nel corso del secolo undicesimo una trib originariamente turkmena appartenente a un ramo specifico dell'etnia turca, convertito all'Islam da pochi decenni, che dal nome di un loro khan chiamato Selgiuq era conosciuta come "selgiuchide", giunse dal Nord-est a rafforzare con la sua fede giovane e la sua forza militare (i turchi erano cavalieri e arcieri formidabili) il pericolante potere del califfo abbaside di Baghdad. Rapidamente iranizzati nella lingua e nei costumi, i turchi selgiuchidi fondarono un impero politico-militare che dall'Anatolia si estendeva alla Persia centrale.
A capo di esso era il loro khan, che aveva assunto il titolo di "sultano" (da una parola araba designante l'esercizio del potere) e che risiedeva a Baghdad, affiancando il califfo in una sorta di diarchia. Ai suoi ordini si disponeva una rete di capi militari (agha) e di governatori (atabeg) che si presentavano come i custodi dell'Islam sunnita, specie contro il rivale califfato sciita del Cairo.
Ma un po' dappertutto questi "quadri" si scontravano, nascostamente o apertamente, con gli "emiri" (principi) e gli "sceicchi" (anziani, capitrib) arabi e arabo-persiani, i quali mal sopportavano i nuovi arrivati. I turchi divennero famosi di colpo anche in Europa quando, nel 1071, batterono clamorosamente l'esercito bizantino nella battaglia di Manzikert, fondando in Anatolia il sultanato che fu detto "di Rum" (dal nome arabo con cui si indicava la "Nuova Roma", Costantinopoli) con capitale nella citt di Iconio. Ma gli occidentali non riuscivano a capire da dove provenisse questo misterioso popolo: per alcuni altro non erano se non persiani, in quanto dalla Persia provenivano; per altri - data l'omofonia tra la parola latina turci e l'altra, teucri, che indicava gli antichi abitanti di Troia - si trattava invece di discendenti dei troiani, che per questo odiavano i bizantini, discendenti dei greci; e che pertanto potevano anche diventare prima o poi amici degli occidentali latini, poich era stato il troiano Enea a fondare la citt di Roma.
Un ragionamento che a noi parr ben strano, ma che un dotto dell'undicesimo-dodicesimo secolo avrebbe trovato ineccepibile. Una delle chiavi del successo di quell'impresa pazzesca che fu la prima crociata stava nell'improvvisazione e nella mancanza di un programma tattico-strategico dei pellegrini armati i quali, con assoluta e quindi imprevedibile mancanza di logica, attraversarono il deserto anatolico in piena estate e attaccarono - pochi e male armati com'erano - citt giudicate imprendibili. Ma un'altra circostanza favorevole per loro fu il fatto che tutta l'area siropalestinese fosse, a quel tempo, contesa tra il califfato sciita del Cairo e quello sunnita di Baghdad; e che molti emiri e sceicchi arabi fedeli a quest'ultimo preferissero quasi cedere dinanzi ai barbari venuti improvvisamente da lontano piuttosto che sottostare alla dispotica arroganza dei loro alleati turchi. Per questo mondo islamico attraversato da discordie e minato da inimicizie la conquista crociata di Gerusalemme, il 15 luglio del 1099, fu un brusco e tremendo risveglio. Quella che per i musulmani  al-Quds, la Citt Santa, era stata profanata, le venerabili moschee saccheggiate, i musulmani massacrati a centinaia.
Con essi erano periti ebrei e arabi cristiani, che i crociati erano incapaci di distinguere dai maomettani, ma che avevano comunque combattuto a fianco di questi ultimi per difendere la loro citt da quella che per loro - e non senza ragione - era un'onda di barbari. Un cronista arabo racconta del miserevole arrivo a Baghdad, poche settimane dopo, dei profughi dalla Siria, e di come i loro racconti facessero piangere di compassione gli astanti.
La perdita di Gerusalemme fu tuttavia la causa per la quale i musulmani dell'area siro-palestinese cominciarono a riorganizzarsi.
I "franchi" (cos gli orientali chiamavano gli euro-occidentali) occupavano le citt del litorale marittimo e alcuni centri dell'interno nella zona tra il fiume Giordano e la costa.
Controllavano anche alcune aree desertiche al di l del grande fiume, dove la carovaniera che da Damasco portava verso la Mecca era percorsa dai pellegrini musulmani, gli hajji. Ma i franchi erano pochi e in perenne discordia tra loro. La ragnatela di citt fortificate, di fortezze e di strade presidiate che essi chiamavano "Regno di Gerusalemme" era costantemente minacciata dalla guerriglia islamica, mentre al di l di essa turchi e arabi sunniti stavano riprendendo l'iniziativa.
Solo gli sciiti d'Egitto - che pure possedevano buone forze di marina, con le quali avrebbero potuto attaccare i porti crociati - avevano dato segno di non volersi sostanzialmente occupare delle cose di Siria e di Palestina: in fondo, una forma di accordo con i "franchi" era per loro preferibile alle continue. e scomode contese con il califfato di Baghdad e il sultanato selgiuchide.
Si apriva cos una lunga stagione di guerre, sovente interrotte da tregue, ma anche di ambigui patteggiamenti e di alleanze che collegavano spesso cristiani e musulmani in un fronte unico contro altri cristiani e altri musulmani: esattamente come accadeva nello stesso periodo in Spagna, altra area di frontiera all'estremo opposto del Mediterraneo. Non era neppure infrequente che i crociati avessero al loro servizio guerrieri mercenari musulmani, di solito dei "turcomanni": questa era anzi la regola nelle milizie degli ordini religioso-militari.
La corona di Gerusalemme era contesa tra le principali famiglie feudali che - data la frequenza con la quale al loro interno avvenivano matrimoni con dinastie locali, specie siriane cristiane oppure armene - si definivano ormai "franco-siriane", o "franche di Siria".
Forti erano le rivalit d'ogni sorta: i principi di Antiochia, d'origine normanna, erano avversari dei conti provenzali di Siria; i monaci-cavalieri templari odiavano i monaci-cavalieri ospitalieri; nelle citt della costa i coloni e mercanti pisani, di solito d'accordo con i veneziani, se la prendevano con i colleghi e concorrenti genovesi.
In cambio, sia la nobilt feudale "franca" sia i mercanti e i coloni "latini" (con questo nome erano conosciuti soprattutto gli italiani) si lasciarono presto conquistare dagli agi e dalla raffinatezza, per loro sconosciuta, del vivere orientale: i bagni, i cibi speziati, le bevande ghiacciate e aromatiche, i tessuti morbidi e leggeri. S'impar presto non solo a parlare arabo ma anche a vivere e a vestire all'araba: la stessa cosa - del resto - avveniva in Spagna. I fieri conquistatori cristiani furono a loro volta conquistati dalla musica, dalla poesia, dai profumi, dai giardini d'Oriente. Era una cultura nella quale convergevano antiche tradizioni persiane ed ellenistiche che l'Islam aveva fatto proprie. Del resto quelle tradizioni avevano conquistato, pochi secoli prima, anche i rudi guerrieri beduini che avevano portato in Siria e in Persia la parola di Allah.
 comune pensare che il primo tentativo di "dialogo" tra cristiani e musulmani sia stato quello di Francesco d'Assisi il quale, durante la cosiddetta quinta crociata (nel 1219), avrebbe predicato alla presenza del sultano d'Egitto al Malik al-Kamil, o comunque conversato con lui. Sentite invece quel che ci racconta Usama ibn Munqidh (1095-1188), emiro di Shaizar, colto viaggiatore, politico senza scrupoli ma anche arguto e spiritoso autobiografo. Qui s'incontrano i truci templari che permettono a un musulmano di pregare in pace; la realt, la storia non cessano mai di sorprenderci. E d'invitarci a non credere nei luoghi comuni.
"Quando visitavo Gerusalemme, ero solito entrare nella moschea di al-Aqsa, a fianco della quale c'era un piccolo oratorio da cui i franchi avevano ricavato una chiesa. Quando entravo dunque nella moschea di al-Aqsa, dov'erano insediati i miei amici templari, essi mettevano a mia disposizione quel piccolo oratorio per compiervi le mie preghiere. Un giorno entrai, recitai la formula Allah akbar ("Allah  grandissimo") e mi disposi a iniziar la preghiera quando un franco mi si precipit addosso, mi afferr e, obbligandomi a volgere la faccia a oriente, mi disse: "Cos si prega". Subito intervennero alcuni templari, lo bloccarono, lo allontanarono; e io potei raccogliermi di nuovo per la preghiera. Ma quegli, colto un loro momento di distrazione, mi si butt di nuovo addosso volgendomi la faccia a oriente e ripetendo: "Cos si prega".
I templari intervennero di nuovo, lo allontanarono e si scusarono con me dicendo: " un forestiero, arrivato in questi giorni dal paese dei franchi: non ha mai visto nessuno pregare, se non con la faccia volta a oriente".
Ecco invece in due diverse testimonianze - la prima di Fulcherio di Chartres, cronista francese della prima crociata, la seconda sempre di Usama - come questo amore per il colto e raffinato Oriente aveva avvinto i rozzi occidentali:
"Riflettete, per favore, e considerate come ai nostri tempi Dio abbia trasferito l'Occidente in Oriente. Eccoci divenuti orientali, noi che eravamo un tempo occidentali. Chi era latino o franco, ora  diventato galileo o palestinese. Chi era cittadino un tempo di Reims o di Chartres, eccolo divenuto abitante di Tiro o di Antiochia. Abbiamo gi dimenticato i nostri luoghi natali: per molti di noi essi sono divenuti ignoti, o almeno posti dei quali non si parla. Alcuni di noi hanno anche preso moglie: e non certo una delle nostre parti d'origine, bens una siriana, un'armena, magari perfino una saracena (a patto che abbia ricevuto la grazia del battesimo). Altri hanno chiamato presso di s il suocero, o la nuora, o il genero, o il figliastro, o il patrigno... Lingue differenti, ora divenute comuni, vengono usate da entrambe le stirpi: e la fede unisce gente i cui rispettivi antenati erano forestieri. Chi era uno straniero  ormai divenuto un indigeno; chi era venuto per un passeggero soggiorno  ormai residente per sempre. Di giorno in giorno ecco raggiungerci i nostri genitori e i nostri parenti dopo avere, sia pur con riluttanza, abbandonato tutto quel che in patria possedevano. Vedi dunque un grande miracolo, tale da stupire tutto il mondo. Chi aveva mai prima d'ora udito qualcosa di simile a questo?";
"Quelli che hanno preso a vivere familiarmente con i musulmani sono migliori di quanti arrivano freschi ancora dei loro luoghi d'origine. A questo proposito, mandai una volta un amico per una faccenda ad Antiochia, il cui rais ("capo") era Todros ibn as-Safi (Teodoro Sofiano: un greco), un mio autorevole amico. Questi disse un giorno al mio amico: "Mi ha invitato un mio amico franco: vieni con me, per vedere i loro costumi. Andai con lui" raccontava l'amico "e giungemmo alla casa di un cavaliere di quelli d'una volta, arrivati con la prima spedizione dei franchi. Costui, ritiratosi dall'ufficio e dal servizio, aveva in Antiochia una propriet del reddito della quale viveva. Fece venire una bella tavola, con cibi quanto mai ricchi e appetitosi. Visto che mi astenevo dal mangiare, mi rassicur: "Mangia pure di buon animo: che io non mi nutro del cibo dei franchi, ma ho cuoche egiziane e consumo solo quel che preparano loro; carne di maiale, in casa mia non ne entra'..."."
Cominciava cos qualcosa che aveva gi radici nel mondo antico: l'esotismo, il "mal d'Oriente". L'Europa non ne sarebbe pi guarita, fino ai nostri giorni; e avrebbe conosciuto se stessa anche grazie a esso. Per fortuna.


Capitolo Terzo
L'AVVENTURA DI GIUSEPPE, UN GIOVANE GUERRIERO

Da quel che finora si  detto non si deve credere che i crociati, una volta fondato il loro regno, si chiudessero subito sulle difensive.
Al contrario. Da una parte essi cominciarono dall'indomani della presa di Gerusalemme del 1099 a chiedere all'Occidente, e soprattutto al papa, che aiuti volontari in denaro e in validi guerrieri fossero loro inviati al pi presto per difendere quei "Luoghi Santi" (anzitutto il Santo Sepolcro, attorno al quale fin dal quarto secolo era stata eretta una splendida basilica) che si dovevano ormai considerare un patrimonio prezioso della Cristianit europea; dall'altra - avendo ben compreso che la fascia costiera palestinese non era difendibile se non si estendevano le conquiste anche all'entroterra - passarono il Giordano, fondarono al di l di esso una serie di castelli e cercarono di appropriarsi di alcuni centri siriani di rilievo. Il loro sogno era metter le mani sulle metropoli di Damasco e di Aleppo, favolosi centri carovanieri ai quali affluivano le merci d'Oriente; ma d'altro canto, con folle lungimiranza, quel pugno di guerrieri barbari insediati in un paese sterminato che non conoscevano guardava con cupidigia anche l'Egitto.
Il vero e proprio alt alle conquiste dei crociati lo dette, nel 1128, l'atabeg turco di una grande citt dell'alto corso del fiume Tigri: Mosul (che oggi appartiene all'Irak). Si trattava d'un altro centro importante del commercio carovaniero, sede anche d'una raffinata produzione artigiana: vi si produceva infatti una preziosa tela di cotone, che dal suo nome veniva chiamata "mussola".
Il suo atabeg era Imad ad-Din Zenqi: i cronisti crociati, giocando atrocemente sul suo nome, l'avrebbero chiamato in latino Sanguis, "Sangue". Certo, era un uomo duro e forse crudele: ma non pi, del resto, dei capi cristiani dell'epoca. Ed era d'altronde famoso il suo senso della disciplina: in tempo di messi, riusciva a far transitare il suo esercito lungo i campi coltivati con un ordine tale da non danneggiare i frutti della terra.
Zenqi, dunque, accolse nel 1128 l'accorata richiesta di aiuto della gente di Aleppo assediata dai crociati, che avevano il loro avamposto di nord-est nella contea di Edessa. Non erano per la verit soli, i cristiani, sotto Aleppo: la Siria musulmana era frammentata in pi o meno piccoli emirati, e ciascuno degli emiri arabi e degli agha turchi, in lotta col vicino, avrebbe volentieri accettato l'aiuto e l'alleanza degli infedeli pur di nuocere al correligionario avversario.  difficile dire se a Zenqi stesse davvero a cuore l'unit dell'Islam o la gloria del suo signore, il sultano selgiuchide di Baghdad. Quel che egli individu subito fu la possibilit di ampliare i suoi domini includendovi l'opulenta citt siriana. Entr difatti in Aleppo nel giugno del 1128, e da l cominci una serie d'incursioni dirette contro i confini delle contee settentrionali del regno crociato: quella di Edessa (allora citt armena: oggi Urfa, in Turchia) e quella di Tripoli (oggi Tarabulus, in Libano).
Nel decennio che segu, il crescente potere dell'atabeg di Aleppo e Mosul inizi a preoccupare i principi musulmani di Siria non meno dei crociati, e il conte latino di Edessa non esit ad allearsi con loro contro il comune nemico. La risposta di Zenqi non tard ad arrivare.
Il 24 novembre del 1144 egli pose l'assedio dinanzi alla citt armena e nella notte del Natale successivo vi penetr, mettendola a sacco. I crociati si rifugiarono nella munitissima cittadella, ma si arresero due giorni pi tardi.
Le crudeli gesta di Sanguis divennero subito note in Occidente, anche perch i principi e i prelati del regno di Gerusalemme - giustamente impauriti - inviarono ambascerie incaricate di esporre in toni allarmati la difficile situazione. Venne proclamata una nuova spedizione, come quella bandita da Urbano secondo a Clermont mezzo secolo prima: noi la chiamiamo "seconda crociata".
La gente del tempo la chiamava iter ("viaggio") o peregrinatioo ("pellegrinaggio"): bisognava accorrere in Levante non pi per conquistare i Luoghi Santi, bens per difendervi i fratelli in Cristo minacciati dall'infedele. Del resto anche Urbano secondo, nel 1095, aveva parlato non di conquista, bens di difesa dei cristiani. A predicare quella che noi chiameremo senz'altro la "crociata" ci si mise anche il pi grande e influente pensatore religioso d'Europa, Bernardo di Clairvaux. L'effetto fu straordinario, anche se forse i cronisti dell'epoca esagerano quando sostengono che citt e villaggi rimasero spopolati.
Si mossero comunque addirittura i re di Germania e di Francia: solo che, una volta giunti oltremare, i nuovi arrivati incapparono nelle beghe dei principi crociati, in perenne discordia tra loro. La seconda crociata fu un fiasco clamoroso. Francesi e tedeschi non seppero far di meglio che accapigliarsi di continuo; il re di Francia Luigi settimo era tormentato da ogni sorta di malattie e torturato dalla gelosia per la moglie Eleonora d'Aquitania, affascinante signora che lo aveva seguito in viaggio (e pare che i sospetti del sovrano non fossero del tutto ingiustificati); inoltre i nuovi arrivati non seppero destreggiarsi tra le discordi voci dei feudatari franchi e degli ordini religioso-militari, alcuni dei quali suggerivano di allearsi con l'emiro di Damasco (che aveva offerto il suo appoggio ai crociati perch temeva l'espansionismo dei vicini) mentre altri sostenevano al contrario che bisognava attaccare proprio la debole Damasco, la famosa ricchezza della quale attirava i guerrieri, giunti dall'Europa in cerca di bottino e di avventura.
Si scelse alla fine il partito peggiore. Nel luglio del 1148 i crociati si accamparono intorno a Damasco, godendo della frescura e degli splendidi frutti dei giardini che attorniano la citt, celebre per l'abbagliante bianchezza dei suoi edifici. Ma i damasceni avevano chiesto soccorso al nuovo atabeg di Aleppo e Mosul: Nur ad-Din, figlio e successore di Zenqi (che nel frattempo, in una notte del settembre del 1146, era stato assassinato - ironia della sorte - da un eunuco ubriaco trovato a bere dalla sua coppa). Stretti fra la resistenza degli assediati, che si rivel ben solida, e il rischio dell'arrivo di truppe fresche guidate da colui che le fonti occidentali chiamano "Norandino", i crociati dovettero alla fine togliere le tende. Magra consolazione il fatto che, proprio tra il 1147 e il 1148, i crociati spagnoli e portoghesi avessero invece avuto successo nella loro riconquista della penisola iberica: erano difatti cadute nelle loro mani Santarem, Lisbona e Tortosa (citt della costa spagnola omonima di una siriana), e nel 1149 avrebbero occupato anche Lerida, in Aragona. Il destino delle due crociate parallele, in Siria e in Spagna, si annunziava diverso. Il fallimento della crociata affrett - come sempre accade quando un'impresa fallisce - proprio il realizzarsi di quanto avrebbe voluto evitare: l'espandersi e il rafforzarsi dei poteri della dinastia zenqide. Norandino era diverso da suo padre: se questi aveva pensato anzitutto alle fortune sue e della dinastia, egli coltivava dal canto suo un grande fervore religioso. Zenqi aveva avuto, in vita sua, troppi avversari e concorrenti musulmani in quell'ampia area compresa tra gli alti corsi dei tre grandi fiumi - Oronte, Eufrate, Tigri - che ancor oggi s'indica con il nome arabo di Jezira ("Isola") e che, ai giorni nostri, interessa tre paesi: la Turchia, la Siria e l'Irak.
Norandino, invece, non aveva rivali: semmai, la sua ferma fede sunnita lo induceva a chiedersi se non fosse il caso di pensare a come por fine all'esperienza eretica dei califfi sciiti del Cairo, tanto pi che essi non collaboravano per nulla alla lotta contro gli intrusi "franchi" che occupavano la costa mediterranea. Anzi, pareva addirittura che in molte occasioni infedeli ed eretici avessero finito con l'allearsi.
Forse i franchi non avrebbero occupato il porto meridionale di Ascalona, come fecero nel 1153, se le flotte egiziane avessero fatto almeno in parte il loro dovere. Contro gli intrusi europei adoratori della croce - simbolo che i musulmani odiano, sia come strumento di morte sia perch, secondo il Corano, il profeta Issa ibn Mariam ("Ges figlio di Maria") non  mai stato ucciso su di essa (e la croce  pertanto anche una falsa reliquia) - Norandino sosteneva la necessit di bandire un jihad, un "dovere collettivo" di guerra.
La parola jihad si traduce spesso con "guerra santa". Si tratta per di una forzatura: nonostante molti malintesi e parecchi eccessi, l'Islam non conosce la dimensione di "guerra santa". Del resto, anche tra i cristiani si  usata spesso l'espressione "guerra santa" o "guerra sacra" per indicare, ad esempio, la crociata: ma nessuna Chiesa cristiana storica ha mai santificato la guerra. Al massimo, i cristiani parlano di una "guerra giusta", cio giustificata dallo stato, di necessit (quando sia difensiva, venga proclamata da un'autorit legittima e sia condotta secondo il rispetto di certe norme).
Per i musulmani, il jihad - termine che indica un "dovere collettivo" - corrisponde a qualunque tipo d'impegno la umma (cio la "comunit dei credenti") intraprenda nel nome di Dio e per il Suo bene. In alcuni casi - ma non sempre - il jihad pu assumere i contorni della "guerra legale", cio ammessa dal diritto fondato sul Corano, la cosiddetta Shari'a. Il jihad  oggetto di attenta disputa fra i giuristi musulmani. Si insiste ancora oggi sul suo carattere legale, sulla necessit che esso venga sottoposto a controllo, sui caratteri di moderazione e di umanit alla luce del quale dev'esser condotto. Il jihad, per esempio, non pu mai servire la causa della conversione forzata dell'avversario, se questi appartiene ai "popoli del Libro".
Bandito il suo jihad, l'atabeg di Aleppo e Mosul s'impadron facilmente, nell'aprile del 1154, anche di Damasco, e ne fece la sua capitale. Pi tardi colse altri successi, come quello tra il maggio e il giugno del 1157 - l'anno del grande terremoto - contro la citt crociata di Baniys e il suo signore Onfredo di Toron, una vittoria che dette luogo a un vero e proprio trionfo nelle vie di Damasco. Alla battaglia di Baniys aveva collaborato validamente un generale di nome Shirkuh ("il Leone"), tanto valoroso quanto fedele al suo signore. Tanto questi quanto suo fratello Ayyub erano originari, a quel che sembra, di una citt armena, ma erano di stirpe curda, appartenevano cio a un popolo tanto glorioso quanto piccolo e sventurato. I turchi non amavano i curdi, molto diversi da loro per lingua e tradizioni: ma l'area del loro insediamento apparteneva ai territori controllati da Zenqi e da Norandino.
I curdi sono una popolazione di ceppo iranico, che parla una lingua indoeuropea di ceppo neoiranico occidentale e che  insediata nel paese che da loro assume il nome di Kurdistan: una vasta area ai confini fra Turchia, Siria, Irak, Iran e Armenia. Si calcola che il popolo curdo ammonti oggi a una decina di milioni di individui circa, ma  difficile calcolarlo date le continue persecuzioni alle quali  assoggettato fin dai primi del secolo ventesimo. Sembra che i curdi siano tra i gruppi umani pi antichi del mondo, se  vero che sono da identificarsi nei karda delle iscrizioni sumeriche. Organizzati secondo strutture tribali, vivono principalmente di pastorizia (pecore, cammelli, equini) e sono abilissimi tessitori di tappeti. Vantano una ricca letteratura dialettale, tramandata oralmente.
I curdi si convertirono all'Islam sunnita a partire dal settimo secolo e, fieri della loro indipendenza, fornirono importanti contingenti militari ai califfi abbasidi e ai turchi selgiuchidi. Pi tardi avrebbero resistito agli assalti dei mongoli da oriente e a quelli dei sultani ottomani di Istanbul da occidente, anche se molti di loro avrebbero accettato di servire nella milizia scelta ottomana dei "giannizzeri". Il governo di Istanbul se ne serv, tra diciannovesimo e ventesimo secolo, per massacrare gli armeni, ma in seguito perseguit anche loro. Dopo la prima guerra mondiale le loro aspirazioni nazionali furono ancora frustrate: il trattato di Losanna del 1923 (nonostante fosse stata loro promessa una patria indipendente) li spart fra Turchia, Siria e Irak.
Cominci cos il loro calvario, che dura ancora. Ma proprio da questo sfortunatissimo popolo scatur l'eroe imperituro dell'Islam di cui narriamo: il Saladino.
Tanto Shirkuh quanto Ayyub dovevano essere molto abili e fedeli, se avevano fatto rapidamente carriera. Ayyub, che in un primo momento era stato governatore di una citt sul fiume Tigri tra Mosul e Baghdad, aveva poi ottenuto per s la piazzaforte di Baalbek, oggi uno dei siti archeologici pi belli del Libano (e forse del mondo) e allora importante citt carovaniera. L a Baalbek, nel 1138, ad Ayyub nacque un figlio.
Altri sostengono invece che quel bambino vide la luce a Takrit, una citt quasi tutta cristiana. Oggi lo sostengono soprattutto gli irakeni, visto che Takrit si trova in Irak e che il figlio di Ayyub  diventato ormai l'eroe storico dei musulmani di tutto il Vicino Oriente (non va dimenticato che la famiglia di Saddam Hussein  anch'essa originaria di Takrit).
I musulmani hanno un sistema onomastico molto complesso: ciascuno di loro ha un nome personale, ma usa anche quello del padre; e chi raggiunge una qualche importanza riceve in genere un nome onorifico, detto laqab, e altri epiteti sussidiari. Il che d l'impressione che certi nomi arabi siano lunghissimi e impronunziabili: mentre in realt i nomi di persona restano fedeli alla semplicit biblica e beduina. Sono nomi cari anche alla tradizione ebraica e cristiana. Noi racconteremo qui la storia di al-Malik an-Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub, che letteralmente : "il Vittorioso Sovrano, Integrit della Fede, Yusuf figlio di Ayyub".
La parte del nome che i cronisti avrebbero abitualmente usato per designarlo  Salah ad-Din, "Integrit della fede": cio il vero e proprio laqab, che noi conosciamo nella versione italianizzata di Saladino.
Ma pi semplicemente, per i familiari, per gli amici e per se stesso, il Saladino era Yusuf ibn Ayyub: "Giuseppe figlio di Giobbe".
Ci sono due belle storie di Giuseppe, nella Scrittura: quella di Giuseppe figlio di Giacobbe, capostipite di una delle dodici trib di Israele, e quella di Giuseppe il carpentiere, sposo di Maria. In Oriente si raccontano ancora, come piccoli romanzi estrapolati dalla tradizione biblica. Avranno narrato queste storie chiss quante volte al piccolo Yusuf. E poi il nome Giuseppe  di buon augurio: entrambi i Giuseppe della Scrittura sono degli eletti.
Le leggende sul Saladino sono innumerevoli, nel mondo musulmano, quanto quelle cristiane su san Francesco, e altrettanto accese sono le dispute su quali siano basate su fatti realmente accaduti (per quanto "imbellettati") e quali siano invece pura fantasia. Le nostre principali fonti arabe sulla vita di Yusuf sono tre: il famoso storico Ibn al-Athir (1160-1223) e due collaboratori del sultano curdo: Baha 'ai-Din Ibn Shaddad (1145-1234), che fu suo confidente e consigliere negli ultimi dieci anni di vita e che ne scrisse la biografia ancor oggi pi famosa nel mondo arabo; e 'Imad ad-Din al-Isfahani (1125-1201), noto poeta e intellettuale, gi frequentatore della corte di Norandino, che scrisse una storia della conquista di Siria e Palestina a opera del Saladino.
Come avremo modo di vedere, anche nel dar al-Islam gli "storici" del Medioevo erano ancora lontani dal considerare i loro sforzi una "ricerca scientifica", e anche se si sarebbero indignati di fronte all'accusa di non aver rispettato la verit dei fatti, non v' dubbio che ciascuno abbia introdotto nella sua versione della vicenda i propri pregiudizi e le proprie lealt. Si tratta di attribuire motivazioni alle persone e fornire interpretazioni degli eventi che mettano nella miglior luce il partito, l'etnia, la corrente religiosa o la citt alla quale si appartiene. Chi pensa che di questo vizio fossero vittime solo i dotti dell'Islam si legga ad esempio, per il periodo di cui narriamo, la storia di Venezia di da Canal. Insomma, se quello della propaganda non  il mestiere pi antico, poco ci manca.
Yusuf era forse il primo (ma secondo altri il secondo, o il terzo) di sei fratelli. Come voleva la tradizione araba - anche se arabo egli etnicamente non era - venne affidato allo zio Shirkuh e gi a quattordici anni era servitore devoto del sultano Norandino, che gli concesse una iqta, cio uno "stipendio" collegato a una funzione e corrisposto in natura, sotto forma di un territorio da sfruttare. Una specie di quello che in Europa si chiamava "feudo". Nel 1156 successe a un fratello (che forse era quindi pi anziano di lui), Tuanishah, come rappresentante dello zio che era governatore militare di Damasco; raggiunse poi il sultano ad Aleppo e quindi torn a Damasco. Insomma, spese l'adolescenza e la giovinezza addestrandosi a quelle funzioni politiche, militari e amministrative cui lo chiamava il rango conquistato dal padre e dallo zio.
Possediamo una descrizione fisica del suo aspetto giovanile: statura media, snello, pelle e occhi bruni, barba tagliata corta, all'uso dei curdi. Sappiamo che a Baalbek aveva ricevuto un severo insegnamento in una scuola di sufi (mistici e asceti di una sorta di "ordine monastico" musulmano), fondata dal padre: e pu darsi che nei suoi precoci interessi religiosi giocassero la stima e l'ammirazione che egli sentiva per il pio Norandino; mentre  probabile che dai costumi guerrieri, e quindi anche sportivi, del padre e dello zio abbia ereditato l'interesse per il gioco degli scacchi, la caccia col falcone e il gioco del polo (tre passatempi di antichissima tradizione persiana). L'esperienza che il giovane Yusuf fece con quei maestri sufi nel magico paesaggio degli antichi templi di Baalbek merita una breve digressione, poich essa  molto probabilmente all'origine dell'illuminata "visione del mondo" che ispir i comportamenti del Saladino adulto - virtuosi, cavallereschi, modesti o generosi che li si voglia definire -, che dettero luogo alla lunga tradizione di leggende sulla sua figura. Il secolo dodicesimo vide il fiorire, nel dar al-Islam, di una nuova religiosit popolare. I credenti di ogni livello culturale trovavano ogni giorno di pi il loro appagamento nel sentimento e nella pratica religiosa.
Il loro mondo si riempiva di santi celebrati e oscuri, il miracolo penetrava nell'esperienza quotidiana, i pellegrinaggi conducevano il credente dall'uno all'altro sepolcro.
Era una religiosit che attingeva il suo calore direttamente dalla figura del Profeta: un fenomeno, questo, che trova un singolare parallelo nel sorgere, in quello stesso secolo, di una nuova religiosit nell'Occidente cristiano, anch'essa centrata intorno alla persona di Ges. Le recite del dramma della Passione sulle piazze delle citt, l'anelito degli eretici catari a una vita pi apostolica, persino l'Imitatio Christi di san Francesco - che qui aveva le sue radici, anche se il Poverello la elabor solo nel primo decennio del dodicesimoI secolo - erano tutte manifestazioni di un'ondata di spiritualit che sembr investire nel contempo entrambi gli universi, quello cristiano e quello musulmano. Ma in entrambe le culture il dodicesimo secolo vide anche il fiorire di movimenti mistici: il sufismo nell'Islam, la Cabala nel Giudaismo e, nel Cristianesimo, l'eresia catara, poi combattuta con le armi e infine riassorbita dal francescanesimo.
Questi movimenti, basati com'erano sulla ricerca da parte del singolo della Unio Mistica, erano inevitabilmente di natura pi individualista, e quindi socialmente pi elitaria. Fu in questi movimenti che si riscoprirono il "lato femminile di Dio" e la dimensione sessuale dell'amore per l'Assoluto. I legami tra l'"amato" dei sufi, la "dama dei pensieri" dei trovatori di Linguadoca e la "matronit" dei cabalisti hanno meritato saggi affascinanti, e non pochi storici delle religioni sostengono che il diffondersi del culto di Maria Vergine sia stato l'espediente usato dai teologi cristiani per riassorbire quell'avanguardia "protofemminista".
 indicativo della spiritualit dell'umma (la comunit dei fedeli musulmani) che quest'anelito all'appagamento individuale si realizz sempre pi nel quadro di ordini o confraternite organizzate - le tariqa - e sotto la guida di maestri. Ma ci nonostante si diffuse vieppi la figura del sufi (letteralmente "portatore di lana", cio chi indossa un saio di povert estrema), una sorta di "cavaliere errante" dello spirito, maestro di meditazione e cercatore di Verit, una persona insomma per la quale quel che  decisivo  l'essere, non l'agire.
Molto si potrebbe ancora dire sulla mistica dei sufi, ma ci che qui ci preme  spiegare il ruolo che quel pensiero ebbe nel forgiare il carattere del Saladino, che era s un guerriero ma sognante, tollerante, sensibile, quasi delicato e, tutto sommato, poco "macho". Yusuf aveva poco pi di venticinque anni - un'et gi matura per quel tempo - quando scoppi la crisi egiziana. Il califfato fatimide era ormai imbelle, privo di autorit, lacerato dalla lotta tra gli onnipotenti vizir (ministri) Shawer e Dirgham che - contendendosi il potere - si appoggiavano ora al regno crociato di Gerusalemme ora al sultanato zenqide di Siria. La slealt, l'assassinio, il tradimento erano gli ingredienti di una lunga lotta durata dieci anni circa e fatta di battaglie, di voltafaccia e di intrighi.
I franchi di Gerusalemme, con il loro cavalleresco re Amalrico, cercarono invano di convincere le potenze europee a organizzare una nuova crociata per conquistare l'Egitto, con i suoi porti di Alessandria e Damietta, grandi empori del commercio delle spezie; poi tentarono di coinvolgere nell'impresa anche il basileus ("imperatore") di Costantinopoli.
Norandino, dal canto suo, apr una serie di fronti di guerra ai confini nordorientali del regno crociato, ma affid la questione egiziana direttamente a Shirkuh, il quale nel 1164 pretese che il nipote Yusuf lo seguisse: cosa che questi fece con riluttanza.
"Mio zio Shirkuh si gir verso di me e disse: "Yusuf, prendi le tue cose, ce ne andiamo!". A quelle parole mi sentii come colpito al cuore da un pugnale, e risposi: "In nome di Dio, vi dico che nemmeno per tutto il regno d'Egitto io me ne andrei da Aleppo!"." Gi in questo racconto autobiografico attribuitogli dalla tradizione, percepiamo la leggendaria modestia del Saladino, che prosegue: "Accompagnai mio zio, il quale conquist l'Egitto e poi mor. Fu cos che Dio mise tra le mie mani un potere che mai avevo pensato di esercitare". Non era il caso di essere cos modesto. In realt Yusuf aveva contribuito non poco alla conquista dell'Egitto da parte dello zio. Ad al-Babein, sulla riva occidentale del Nilo, in una battaglia in cui le forze fedeli a Norandino avevano fronteggiato quelle del re franco e del vizir traditore, il figlio di Ayyub aveva messo in atto uno stratagemma tipico della tattica degli eserciti saraceni: su istruzione di Shirkuh, aveva permesso ai cavalieri nemici di penetrare nel suo settore del fronte siriano, quello centrale, per poi segnalare allo zio il momento di chiuderli, con le ali dell'armata, in una morsa inesorabile. Poi, nella primavera del 1167, in uno dei momenti pi drammatici della campagna, le forze di Shirkuh si erano trovate assediate da sciiti e infedeli dentro le mura di Alessandria.
Suo zio aveva effettuato una temeraria sortita dalle mura per correre a raccogliere altre truppe nell'Alto Egitto, con le quali porre a sua volta sotto assedio la citt del Cairo. Yusuf aveva tenuto duro nella citt sul mare, e alla fine la manovra aveva avuto successo: si era raggiunta una tregua, gli assedi a entrambe le citt erano stati tolti, e il re latino di Gerusalemme se ne era tornato a casa - per la terza volta - a mani vuote.
Verso la fine del 1168 Amalrico, evidentemente ossessionato dal disegno di conquistare l'Egitto, tent nuovamente di attraversare il Sinai. Questa volta per il re franco si rese colpevole di un massacro di civili nella citt di Bilbeis - musulmani, cristiani ed ebrei -, cosa che gli cost l'appoggio che sino a quel momento una parte della popolazione, nonch molti notabili del califfo al-Adid, gli avevano accordato. Ci che accadde a Bilbeis fu quasi certamente colpa dei cavalieri franchi, inglesi, tedeschi e fiamminghi giunti in Terrasanta in quegli ultimi mesi. Era questo uno dei problemi dei nobili assediati nel regno di Gerusalemme. Chi era l da anni, quando non da decenni, aveva appreso dai saraceni un'usanza pressoch sconosciuta in Occidente: il rispetto della vita umana nel far la guerra. Chi invece era appena sbarcato da una galea, specie se proveniva dal Nord dell'Europa, fremeva solo dalla voglia di massacrar pagani: anche donne e bambini, se proprio non c'era altro.
Lo sdegno del califfo fu enorme, la paura non da meno. Al-Adid scrisse a Norandino, "Fuoco per gli infedeli e Luce della Religione", chiedendogli di salvare l'Egitto da quei barbari. Shirkuh fu nuovamente convocato dal sultano e rispedito in Egitto.
E di nuovo Yusuf fu costretto, controvoglia, a seguirlo. Il perfido Shawer, all'avanzare dei franchi, non esit a far bruciare la vecchia e indifendibile capitale di Fustat, facendone spostare la popolazione dentro alle mura della nuova citt di al-Kahira, costruita dai califfi fatimidi nel decimo secolo. La distanza tra Fustat e Il Cairo di allora era tale che entrambe le citt sono oggi contenute nell'immensa, brulicante Cairo moderna, ma all'epoca dare alle fiamme una capitale pur di non farla cadere in mano al nemico fu una scelta a dir poco sorprendente. I cronisti riportano che l'incendio divamp per 54 giorni.
Amalrico fu colpito da quel gesto - nonch dalla notizia che l'esercito siriano era nuovamente in marcia alle sue spalle - che nel gennaio del 1169 fece dietrofront e rientr a Gerusalemme, come una sorta di "vil coyote" dei nostri cartoni animati, frustrato per l'ennesima volta e fumante di rabbia.
Una settimana pi tardi Shirkuh e suo nipote erano gi ad al-Kahira e il traditore Shawer, reo di aver complottato con i crociati, ebbe ci che si meritava.
Yusuf stesso lo cattur in un'imboscata e lo giustizi, con la piena approvazione del califfo. Shirkuh fu eletto vizir al suo posto il giorno stesso, ma fece appena in tempo a guadagnare, in due mesi, il controllo militare dell'intero territorio egiziano. Il 23 marzo, alla fine di un pasto esagerato, lo colse una congestione cos violenta che mor nel giro di pochi minuti.
Al-Adid nomin subito Yusuf suo vizir, attribuendogli l'epiteto di al-Malik an-Nasir, "il Re Vittorioso". Nel giro di pochi mesi Yusuf si assicur che la cavalleria dei servi-guerrieri mamelucchi non si sarebbe ribellata, e soppresse una dura rivolta delle truppe nubiane e sudanesi. Ora per Norandino si aspettava dal suo fedele collaboratore la cancellazione del califfato eretico. Yusuf esitava: qualche storico malevolo sostiene che lo facesse perch preferiva governare l'Egitto sotto la formale autorit del debole al-Adid piuttosto che diventarne governatore per conto del forte sultano di Damasco, Aleppo e Mosul. In ogni modo, per il trentenne "principe" curdo stava per iniziare un periodo difficile.
Noi lo lasceremo ad al-Kahira, nell'estate del 1169, per narrare - sul versante cristiano - il declino del regno latino di Gerusalemme, che in meno di vent'anni avrebbe portato alla perdita del Santo Sepolcro. Torneremo poi a vedere come Yusuf si distric dal suo difficile dilemma diplomatico e umano.



Capitolo Quarto
NOBILI CAVALIERI, CANI INFEDELI, O NO?

Udite udite, gente, la storia dei buoni crociati e dei crudeli saraceni!
La narrano le storie e le leggende, l'hanno cantata i poeti, nell'Ottocento ci hanno scritto sopra delle opere liriche e nel Novecento ci hanno fatto dei film; i bambini siciliani la vedono ancora, quando vanno all'"Opera dei Pupi". I crociati sono belli, biondi, hanno armature lucenti come l'argento e scudi ben colorati. Poeti e cronisti aggiungono che spesso, in battaglia, sconosciuti guerrieri bellissimi e biancovestiti combattono al loro fianco, scesi da chiss dove. Sono gli angeli. I saraceni invece sono brutti, grifagni, scuri come demoni - nel Medioevo si diceva che i diavoli erano "neri come etiopi" - e le loro insegne sono draghi, scorpioni, teste di moro. Almeno, cos li rappresentano affreschi e miniature medievali. Si ha un bel dire, noialtri gente moderna, che queste immagini sono false. Ce le portiamo dentro da sempre; ce le hanno trasmesse anche le fiabe, ce le hanno ripetute i cartoni animati.
Bisognerebbe esser nati altrove, aver ascoltato e visto cose diverse da quelle che abbiamo visto e ascoltato noi, aver altre abitudini per capire che il mondo e la storia possono essere anche guardati con altri occhi. Provate a immaginare come la penserebbe un ragazzo abituato a sentirsi dire che Ges era s un grande profeta ma non certo Dio, poich Dio  uno solo ed  puro spirito; che la croce  un simbolo orribile di morte e di vergogna anzich di vittoria e di redenzione; che chi beve vino e mangia carne di maiale commette imperdonabili impurit; che tempo fa giunsero dall'Occidente in terre che non erano loro dei pazzi scatenati, sporchi, feroci, che adoravano un sepolcro vuoto.
Ma contro quei barbari, dalla parte dei veri credenti, combattevano spesso giovani alti e belli, dalle preziose vesti di colore verde. Il verde  il colore sacro dell'Islam; e quei giovani, naturalmente, erano angeli.
 stata molte cose, la crociata.  stata, fra l'altro, una folle storia d'amore. Verso il 330 Elena, madre di Costantino imperatore, poi diventata santa, giunse a Gerusalemme. Cercava la citt di Ges, ma trov un centro urbano costruito alla maniera grecoromana: difatti nel 135 l'imperatore Adriano - dopo aver represso nel sangue l'ultima, disperata rivolta dei giudei, quella di Bar-Kochb - aveva fatto radere al suolo la vecchia citt e sulle sue rovine aveva fondato Aelia Capitolina. Sant'Elena fece costruire molti santuari, s'inform del luogo nel quale si diceva fossero stati il Santo Sepolcro e il Calvario, fece scavare come fanno gli archeologi. E scavando trov tutto: il Calvario, il Sepolcro, perfino la Santa Croce. Sul luogo dov'erano Calvario e Sepolcro fece innalzare una splendida chiesa che - pi volte distrutta, ricostruita, rimaneggiata - c' ancora.
La Santa Croce fu chiusa in un astuccio prezioso d'oro e di gemme e venne adorata in quella chiesa. Parte di essa per fu inviata a Costantinopoli, a Roma, in varie chiese del mondo cristiano. In seguito sarebbe stata di continuo sminuzzata in piccoli frammenti: una scheggia della Santa Croce  per i cristiani la pi preziosa delle reliquie. Vero  che di reliquie del genere ce ne sono in giro un po' troppe e non tutte possono essere autentiche: altrimenti - si  chiesto qualcuno - quanto avrebbe dovuto essere grande il patibolo di Ges?
Nel 614 - mentre in Arabia aveva inizio la "missione" di Muhammad - i Persiani avevano conquistato Gerusalemme e il legno della croce era finito nella loro capitale di Ctesifonte, non lontano dall'odierna Baghdad. Ma nel 629 Eraclio, imperatore di Costantinopoli, l'aveva riconquistata e riportata in Gerusalemme, dov'era entrato a piedi scalzi, recando la reliquia sulle spalle, come Ges. Quando i musulmani si erano impadroniti di Gerusalemme nel 638 (Muhammad era morto solo da sei anni), avevano rispettato la chiesa e la reliquia.
Un "re" di Gerusalemme? Generalmente i sovrani del Medioevo traevano parte della loro dignit dall'imitazione di Ges, e la gente li chiamava "Cristo del Signore", cio prescelti da Dio e immagine vivente dei Cristo in terra. Ma quando nel 1099 i crociati avevano preso Gerusalemme e avevano discusso se organizzarla o no in regno, non avevano osato.
Sembra che il pi pio di loro fosse Goffredo di Buglione, duca della Bassa Lorena, che aveva vissuto l'intera crociata come un pellegrinaggio penitenziale. Egli era stato scelto come capo dai principi crociati: forse perch era il pi buono e devoto, forse - dice il solito storico malevolo - perch era abbastanza anziano e ammalato e sarebbe stato per questo un capo debole. Rifiut comunque di esser fatto re e di portare una corona d'oro l dove Ges ne aveva portata una di spine.
Goffredo mor tuttavia l'anno successivo: e suo fratello Baldovino di Boulogne, chiamato a succedergli, non si accontent del titolo di "difensore del Santo Sepolcro" che s'era scelto il pio congiunto. Assunse quello di re, divenne Baldovino I, e regn fino al 1118; gli succedette suo cugino Baldovino secondo, il quale tenne la corona fino al 1131 e la lasci morendo alla figlia Melisenda, che aveva sposato un nobile francese, Folco conte d'Angi. Morto Folco nel 1143, gli succedette - sotto la reggenza della madre, perch era ancora un ragazzo - il loro figlio Baldovino terzo. Questi fece fatica a sbarazzarsi della tutela della madre ma fu un re energico, che tuttavia mor ancor giovane nel 1163. Gli succedette il fratello Amalrico, quello che mostr tanta ostinazione nel cercar di conquistare l'Egitto.
Amalrico aveva due figli dalla prima moglie, la nobile Agnese di Courtenay: Sibilla e Baldovino. Ma salendo al trono aveva ripudiato la consorte (con la scusa che erano parenti troppo stretti) e aveva sposato nientemeno che la nipote dell'imperatore di Costantinopoli, Maria Comnena, la quale gli aveva dato un'altra figlia, di nome Isabella. Nel frattempo il principe di Antiochia, il conte di Tripoli e gli altri grandi nobili dei regno, nonch tutta una schiera di nobili meno illustri e di cavalieri, facevano la loro politica. Avevano spesso sposato dame orientali, specie armene (perch cristiane); si erano orientalizzati e cercavano di andar d'accordo con le potenze musulmane che li accerchiavano.
Semmai, si facevano guerra tra loro: come facevano peraltro gli ordini religioso-militari e i coloni delle citt marinare italiane.
All'indomani della prima crociata, un sentimento di gioia e di orgoglio s'era impadronito dell'Europa. Gerusalemme, che i greci scismatici non avevano saputo difendere dai saraceni, era nelle mani dei cristiani latini, ed essi avrebbero saputo ben guardarla. Da allora, molti cavalieri erano partiti in pellegrinaggio armato per difenderla: e parecchi erano restati in Oriente, entrando magari nell'Ordine del Tempio o in quello dell'Ospedale. Ma la caduta di Edessa nel 1144 e la seconda crociata, fallita nonostante la presenza dei re di Francia e di Germania, erano state un duro colpo. Deus Vult! ("Dio lo vuole"), questo era stato il motto della prima crociata: ma se Dio lo voleva, perch allora i crociati venivano sconfitti? Perch Dio aveva ritirato loro il Suo favore, la protezione divina?
La risposta era una sola: il peccato. Certo, tutti gli uomini sono peccatori. Ma la gente che in Europa assisteva all'arrivo delle sontuose ambascerie del regno di Gerusalemme - vescovi e guerrieri profumati, ingioiellati, vestiti un po' come i re magi, dalle maniere effeminate - o i crociati che arrivavano oltremare e scoprivano che i discendenti dei fieri crociati del 1099 avevano la pelle olivastra perch figli o nipoti di donne orientali e non mostravano alcuna voglia di combatter l'infedele, restavano perplessi. Chiamavano poulains questi franchi nati in Siria, che vivevano all'esotica. Una parola che letteralmente significa "puledro", ma che aveva il valore di "bastardo".
Dall'altra parte, si sapeva di aver bisogno dei cavalieri e dei pellegrini provenienti dall'Europa: portavano forze fresche, entusiasmo, e servivano a tener a bada i saraceni, che avevano sempre paura di nuove consistenti spedizioni di guerrieri europei che avrebbero sbilanciato le forze in favore dei cristiani.
Ma si disprezzavano, e in pi d'un caso si detestavano questi barbari grossolani, questi maleodoranti mangiatori di grasso di maiale che arrivavano imbottiti di pregiudizi e di fanatismo e sognavano solo di menar le mani, questi ignoranti convinti che i saraceni fossero pagani adoratori del demonio e che, dai minareti, i loro muezzin li incitassero a commetter le peggiori nefandezze.
Anche nella politica delle alleanze e delle amicizie le cose erano complicate. Alcune grandi famiglie della Terrasanta pensavano che per ampliare e consolidare il proprio prestigio occorresse di tanto in tanto rinsaldare i legami con la vecchia Europa: e si contraevano allora matrimoni con esponenti di illustri dinastie, di solito francesi (il francese settentrionale, "la lingua d'oil", era l'idioma comunemente parlato e scritto nel regno di Gerusalemme). Altre ritenevano invece che il radicamento nel nuovo ambiente fosse quel che pi contava: e preferivano rinsaldare i rapporti con l'aristocrazia orientale, orientandosi verso dinastie nobiliari del vicino regno armeno di Cilicia (nell'area sud-est della penisola anatolica) o del mondo bizantino.
Attorno alle prime si coagulavano i fautori dello scontro con l'Islam, mentre le seconde ricevevano le simpatie di quanti avrebbero preferito trovare un punto di equilibrio e una convivenza con i musulmani. I monaci cavalieri dell'Ordine del Tempio e di quello dell'Ospedale, al pari dei mercanti italiani delle citt, oscillavano tra le due posizioni a seconda della convenienza. Re Amalrico mor nel luglio del 1174, lasciando erede il figlio Baldovino, avuto dal matrimonio con Agnese di Courtenay.
Ma il nuovo sovrano era ancora un ragazzo: avrebbe raggiunto la maggior et - i quattordici anni, quando si poteva essere armati cavalieri e raccogliere le eredit - soltanto nel 1177.
Il ragazzo confidava molto nello zio materno, Jocelin terzo di Courtenay, per il quale cre una grande signoria nella parte settentrionale della Terrasanta, in Galilea. Ma il vero reggente occulto della corona era un altro grande del regno: Raimondo terzo, conte di Tripoli. Non sappiamo con certezza quando fu che ci si accorse che il re-fanciullo era ammalato. Forse una volta, casualmente, qualcuno del suo seguito - magari il suo tutore, il dotto vescovo di Tiro Guglielmo, ch'era anche un buono storico - avr notato che Baldovino sembrava non reagire alle piccole ferite, alle bruciature d'una lampada a olio, alle punture d'uno dei tanti fastidiosi insetti dei quali i bei giardini d'Oriente sono pieni. Ai giovani avviati alla carriera cavalleresca - e il mestiere di re era, anzitutto, quello del cavaliere - si insegnava certo a sopportare il dolore: ma nel caso del regale giovinetto c'era qualcosa di diverso: un'insensibilit fisica nei confronti degli stimoli. Era un segno terribile. La lebbra. I crociati l'avevano trovata in Oriente e l'avevano esportata in Europa.
Esisteva persino un Ordine di cavalieri lebbrosi, quelli detti di "San Lazzaro", che portavano il mantello a strisce gialle e verdi, poich quei due lividi colori erano il segnale degli emarginati: folli e lebbrosi li indossavano.
Il lebbroso era un morto vivente: doveva portare le insegne gialle o verdi (o, altrove, rosse) del suo male, e segnalare con il suono di una campanella o di una raganella di legno il suo arrivo, affinch i sani si scansassero: si credeva infatti che la lebbra fosse una malattia molto pi contagiosa di quanto in realt sia. I lebbrosi vivevano di elemosina e si riunivano in appositi ospizi-reclusori detti appunto "lebbrosari" o "lazzaretti", dal solito Lazzaro, l'ammalato di cui si parla nel Vangelo. Erano evitati e fatti segno di sassate quando comparivano nelle strade o per le piazze: ma, stranamente, erano anche considerati a modo loro degli eletti.
La lebbra era - si diceva - il segno esteriore dei loro peccati: ma proprio in quanto peccatori aborriti venivano in un certo senso circondati d'impaurito rispetto. La loro presenza era la testimonianza di quel peccato per il quale il Figlio di Dio aveva accettato di essere crocifisso per salvare l'umanit: essi, come quel tal Simone di Cirene di cui parla il Vangelo, stavano aiutando Ges a portare la sua pesante croce.
Baldovino quarto regn solo pochi anni, assistendo all'inesorabile disfarsi del suo corpo e del suo regno. Si sarebbe spento ventiquattrenne nel 1185, dopo un'orribile, lenta agonia che lo aveva reso quasi cieco e aveva ridotto il suo viso a un teschio scarnificato. Ma fu un'agonia vissuta virilmente, con il fermo conforto della fede e nel costante rispetto dei suoi doveri di sovrano: contro le forze interne che tendevano a smembrare e a distruggere il regno e contro la minaccia esterna del gran sultano del Cairo e di Damasco, che egli seppe, da solo, tenere a bada e che talora vinse in battaglia. Nessuno forse in tutto il Medioevo ha insegnato all'Europa cristiana meglio di questo ragazzo lebbroso che cosa significhi essere un re. Nel 1176, quando Baldovino quarto era prossimo a raggiungere la pienezza dei diritti, i segni della malattia facevano gi presagire che non avrebbe avuto eredi diretti cui lasciar la corona. Sua sorella Sibilla era andata in sposa a uno dei signori pi potenti d'Europa, Guglielmo del Monferrato, detto "Lungaspada", ch'era figlio del marchese Guglielmo quinto del Monferrato, fedele amico dell'imperatore Federico primo Barbarossa. Guglielmo "Lungaspada" era morto l'anno successivo, in tempo comunque per lasciare a Sibilla un bambino cui fu imposto il nome di Baldovino: sarebbe stato il quinto dei re di Gerusalemme a portare quel nome. Ma anche questo fanciullo dava segni di scarsa resistenza fisica e a corte si andavano formando due partiti, che facevano riferimento alle due sorelle del re lebbroso.
Sibilla aveva presto sposato un altro nobile, un francese ch'era per vassallo del re d'Inghilterra: Guido di Lusignano. Re Baldovino aveva mostrato in un primo tempo chiari segni di favore nei confronti del nuovo cognato; ma in seguito, deluso dalla sua avarizia e dal suo scarso coraggio, gli aveva ritirato la fiducia e si era associato al trono, proclamandolo a sua volta re, il piccolo Baldovino quinto. La tutela del giovane era stata affidata a Boemondo terzo di Antiochia e a Raimondo terzo di Tripoli (entrambi partigiani dell'altra sorella del sovrano, Isabella). Guido cerc di resistere, asserragliato nella sua contea di Giaffa e Ascalona: ma il re lo batt ripetutamente e gli tolse ogni residuo potere. Inviava intanto ambasciatori in Europa affinch descrivessero lo stato del regno, incitassero a una nuova crociata e tentassero di affidare ai sovrani d'Occidente - non solo papa e imperatore, ma anche ai re di Francia e d'Inghilterra - il giudizio relativo alla successione al trono, nel caso che tanto lui quanto il nipotino Baldovino quinto fossero venuti a morte. Il che, come sappiamo, era ipotesi non lontana dalla realt.
Dopo la morte di Baldovino quarto, anche il giovanissimo nipote e successore non visse a lungo. Venne a sua volta a mancare in San Giovanni d'Acri, alla fine della fatidica estate del 1186. Immediatamente - come vedremo meglio nel capitolo sulla disfatta di Hattin - si scaten la lotta per la successione, che port il paese a un passo dalla guerra civile. A met settembre Guido e Sibilla furono incoronati re e regina di Gerusalemme dai loro partigiani: tra i quali erano il patriarca di Gerusalemme Eraclio, il Gran Maestro dei templari Gerardo di Riderort e naturalmente il sire di Galilea Jocelin di Courtenay, zio materno di Sibilla; nonch un romantico mascalzone sul quale torneremo, Rinaldo di Chtillon, signore di Transgiordania.
I partigiani della principessa Isabella reagirono infuriati: si riunirono a Nablus in Samaria (a met strada fra Giudea e Galilea) e progettarono d'incoronare a loro volta lei e il di lei marito, Onfredo di Toron. Era uno strano personaggio, questo Onfredo: schivo, sensibile, forse sarebbe stato pi adatto a fare il monaco che non il cavaliere. Onfredo ci appare molto "moderno", con i suoi dubbi e le sue crisi. Pare non fosse neppure un granch, dal punto di vista del coraggio e della virilit.
A suo modo,  quasi simpatico. Certo per era troppo giovane e non era nato per vincere: l'idea di diventare protagonista d'una contesa per il trono lo spavent, e corse a Gerusalemme a sottomettersi a Guido di Lusignano. Infuriato per una defezione che comprometteva la sua causa, Raimondo di Tripoli si rinchiuse in Tiberiade - in vista di quel "mare di Galilea" sulle cui sponde aveva predicato Ges - e concluse una specie di pace separata con il Saladino, proprio quando il sultano cominciava a pensare che fosse giunto il momento di dare ai crociati il colpo di grazia. Raimondo di Tripoli poteva ben permettersi una politica indipendente: a lui guardavano tutti coloro che, nel campo franco, confidavano in un possibile accordo con il Saladino. Dalla parte opposta militavano invece alcuni spericolati avventurieri: come Eraclio, un francese d'Alvernia che in giovent aveva studiato all'Universit di Bologna e pi tardi era giunto alla cattedra patriarcale di Gerusalemme, pare in seguito soprattutto a una relazione amorosa con la regina Agnese di Courtenay, madre del "re lebbroso" e di Sibilla. O, per fare un altro esempio, come Gerardo di Ridefort, un fiammingo giunto in oltremare al tempo della seconda crociata, che prima si era messo al servizio di Raimondo di Tripoli ma poi era divenuto un suo acerrimo nemico, in quanto sembra che il conte gli avesse prima promesso la mano di una fanciulla - Cecilia, erede della signoria di Batrn - salvo concederla poi invece a un ricchissimo pisano, a nome Plebano, che faceva il mercante e aveva offerto al sire di Tripoli il peso della ragazza in oro (se i nostri calcoli sono esatti, ne aveva sborsati circa 63 chilogrammi: non era poi cos leggera, la dolcissima Cecilia!).
Da allora Gerardo aveva fatto dell'odio per Raimondo la sua principale ragione di vita. Da un uomo cos, non ci si aspetta certo una vocazione religiosa: e fu infatti per sete di potere e di rivalsa che egli entr nell'Ordine dei templari, del quale riusc nel 1185 a diventar Maestro. Sembra che un anno dopo, presente a Gerusalemme all'incoronazione di Guido e di Sibilla, avversari del conte di Tripoli, lo udissero sibilare: "Questa corona val bene il matrimonio di Batrn!".
Insomma, in quei vent'anni le beghe di famiglia, la disattenzione dell'Occidente e il cinismo di mercanti e monaci-soldati avevano fatto il lavoro del Saladino. Il regno di Gerusalemme non era proprio un "Far-West" di avventurieri e imprenditori senza scrupoli, ma era certamente nelle condizioni di quelle colonie decadute che sono sul punto di ricadere nelle mani dei legittimi proprietari. Prendiamoci il piacere di sottolineare l'atmosfera quasi "hollywoodiana" di quei due decenni in Palestina narrando brevemente la storia del pi pittoresco tra gli avventurieri che soffiavano sul fuoco per legittimare - attraverso un nuovo scontro guerriero - l'autorit regale di Guido di Lusignano: Rinaldo di Chtillon.



Capitolo Quinto
BRIGANTE O MARTIRE?

Un romantico mascalzone, s' detto. Forse pi mascalzone che romantico. Si sa come vanno le cose, nei conflitti. Spesso chi  un eroe per uno dei contendenti  un criminale di guerra per l'altro. Rinaldo di Chtillion aveva comunque la stoffa per entrambe le cose. Figlio ultimogenito di un conte del bacino della Loira, Rinaldo  (fin dal nome, che ricorda un celebre paladino di Carlo Magno) il tipo perfetto del cavaliere errante. E i cavalieri erranti, badate, esistevano; solo che invece di andar perennemente in giro per i boschi in cerca di damigelle da salvare e di draghi da uccidere, giravano di crociata in crociata, di torneo in torneo alla ricerca di un po' di fortuna: un ricco matrimonio, un buon ingaggio come guerrieri mercenari, qualche bella preda in battaglia. Ci hanno scritto sopra dolci fiabe e bei romanzi, ma nella realt erano qualcosa di molto vicino al brigante. Anche Rinaldo era cos. Aveva seguito Luigi settimo alla seconda crociata, e senza dubbio custodiva nel suo cuore duro e coraggioso anche una buona dose di fede cristiana, vissuta come poteva viverla un guerriero del suo tempo. Magari, quando pregava la Vergine Maria o i santi cavalieri Michele e Giorgio - cui i crociati erano devoti - si commoveva: la gente del dodicesimo secolo era s feroce, per anche molto emotiva. Ma in Terrasanta c'era arrivato per desiderio di "avventura". Il che significava guerra e denaro.
Finita la crociata, Rinaldo non torn in patria. Che cosa avrebbe potuto fare, se ci fosse tornato? La signoria di suo padre era modesta, i fratelli troppi: avrebbe finito i suoi giorni come guardaspalla del fratello maggiore. Cos i beni del lignaggio si sarebbero salvati, ma lui sarebbe rimasto nell'ombra. Invece era bello, forte, coraggioso, superbo: l'Oriente, con i suoi deserti e le sue oasi, il suo oro e le sue carovane di cammelli, avrebbe potuto esser suo.
Si pose in un primo tempo al servizio di re Baldovino terzo. Recatosi con lui nel 1151 ad Antiochia, riusc a conquistarsi l'amore della principessa locale, Costanza, ch'era rimasta vedova e che lo volle a ogni costo, nonostante il parere contrario dei suoi protettori - il re di Gerusalemme e l'imperatore di Costantinopoli - che la riservavano a pi ricche e nobili nozze. Ma c' da capire che Costanza lo volesse. Un cronista arabo dice che era capace di piegare una staffa di ferro a mani nude e che una volta, passando a cavallo sotto un arco dal quale pendeva un anello di ferro, con una mano s'era aggrappato a esso e quindi, stringendo con le cosce il destriero, gli aveva impedito di procedere.
Rinaldo aveva sposato Costanza nel 1153. Come nelle fiabe, ora era diventato principe di Antiochia. Nel 1156, rompendo la tradizionale amicizia tra la casa di Antiochia e l'imperatore di Costantinopoli, si era alleato con il re Thoros d'Armenia e aveva progettato un raid corsaro sull'isola di Cipro. Poich il patriarca d'Antiochia Amerigo di Limoges aveva criticato il suo matrimonio e gli aveva rifiutato il denaro per l'impresa cipriota, lo aveva convinto ad aprir la borsa facendolo frustare e lasciandolo, con le piaghe cosparse di miele, in bala degli insetti. Il saccheggio di Cipro fu accompagnato da scene di inaudita violenza contro la popolazione inerme e il clero greco. Ma che importava? Rinaldo, cattolico latino, odiava gli scismatici ortodossi. La faccenda non era piaciuta affatto a Manuele Comneno, imperatore di Costantinopoli, che mise insieme un forte esercito e marci su Antiochia.
Dal nostro superbo guerriero ci saremmo aspettati uno sprezzante atteggiamento di sfida: invece Rinaldo, in quell'occasione, si sottomise e salv cos il suo principato.
Un paio di anni dopo, nel corso d'una razzia di bestiame - che apparteneva, per la cronaca, a cristiani siriani e armeni - il principe d'Antiochia cadde in un'imboscata tesagli dal governatore turco di Aleppo. Gli fu imposto un pesantissimo riscatto, che beninteso nessuno si sogn di pagare per lui. Anzi,  certo che l'imperatore di Costantinopoli, il re di Gerusalemme e la gente di Antiochia - che ne approfitt per proclamar suo legittimo sovrano Boemondo terzo, figlio di primo letto di Costanza - tirassero un sospiro di sollievo.
Rinaldo rimase prigioniero delle autorit zenqide per sedici anni. Liberato nel 1175, doveva essere ormai non lontano dalla cinquantina: che per quei tempi era una bella et, considerata anche la vita che aveva fatto fino ad allora. Ma era senza dubbio un uomo di straordinarie risorse. Riusc a sposare Stefania di Milly, signora della Transgiordania, il cui precedente marito Milone di Plancy era stato fatto uccidere - sembra - da Raimondo di Tripoli.
La dama Stefania ardeva di desiderio di vendetta contro il sire di Tripoli e i feudatari che lo appoggiavano: anzitutto la potente famiglia degli Iberni, signori della Samaria, e poi Baldovino di Ramla e Rinaldo di Sidone. Come nuovo padrone della Transgiordania, il vecchio Rinaldo controllava ora le formidabili fortezze di Kerak (il "Krak di Moab", o "Petra Deserti"), di Shawbak (il "Krak di Montreal") e di Wouaira (la "Val di Mos") all'imboccatura dei cammino montano che porta alla citt carovaniera di Petra, allora una citt morta che per sembra i crociati conoscessero bene, perch l'avevano potentemente fortificata.
Ora Rinaldo era nuovamente ricco, potente, temuto. Ai piedi del suo castello di Kerak passava la carovaniera tra Damasco e La Mecca, con i suoi pellegrini e le sue ricche merci; passavano le trib beduine con le loro grasse torme di pecore e di cammelli. Per chi non avesse voluto pagare il tributo c'erano le segrete del castello, costruito in vulcanica pietra bruna, quasi nera. Per i musulmani, Rinaldo era ormai un jiin, un "demonio del deserto". C'era da aspettarsi che avrebbe fatto una brutta fine. Ma quand'essa venne, per i cristiani d'Europa che seguivano alla lontana le sue vicende essa fu una morte eroica. Rinaldo cadeva martire della Cristianit, ucciso dalla barbarie saracena. Il dotto chierico Pietro di Blois avrebbe scritto per lui una Passio Reginaldi: un racconto della sua "passione", come per Ges e per i martiri cristiani dei primi secoli. Il "martire", in effetti, prima di divenir tale ne aveva combinate delle belle. Sentite queste due. Rinaldo non si accontentava di depredare pellegrini e mercanti: sognava di procedere oltre, a sud, di addentrarsi nella penisola arabica fino a Medina e alla Mecca, di conquistare il sepolcro del falso profeta Maometto e di atterrare l'empio santuario dei saraceni. Nel 1181 tent una spedizione verso l'Arabia e depred una carovana di pellegrini.
Il Saladino, che in quel momento era in Egitto, invi il nipote Farukshah con un contingente militare a fermarlo e protest formalmente con re Baldovino quarto: era difatti in atto una tregua. Il leale sovrano di Gerusalemme riconobbe le colpe del suo irrequieto vassallo, ma Rinaldo rifiut di fare ammenda e il "partito della guerra" lo sostenne, forte anche grazie all'appoggio della regina madre Agnese. Per rappresaglia, il Saladino gett in prigione circa millecinquecento pellegrini cristiani che, in viaggio con un convoglio di navi, erano riparati nel porto di Damietta in seguito a un fortunale.
Nell'autunno del 1182, Rinaldo fece di meglio: o se volete, di peggio. Ma, diavolo d'un uomo, aveva del genio e del fegato e non si pu far a meno di ammirarlo, pur senza concedergli approvazione.
Quest'altra impresa necessita per di una piccola premessa. Nella Gerusalemme liberata, il grande poema cinquecentesco che rivive gli eventi della prima crociata - uno dei protagonisti del quale si chiama proprio Rinaldo -, c' un episodio che a chiunque abbia visitato la Palestina di oggi, nonostante la massiccia campagna di rimboschimento portata avanti dagli israeliani, parr assurdo. Il poeta immagina che nei pressi della Citt Santa sorga una fitta foresta incantata d'alberi altissimi. Allo stesso modo ci meravigliamo quando nella Regola dell'Ordine del Tempio, che appartiene alla prima met del dodicesimo secolo, troviamo scritto che i monaci-cavalieri non possono concedersi lo svago della caccia salvo di quella ai leoni. Possibile che otto-nove secoli fa, in Palestina, vi fossero alberi d'alto fusto e leoni?  possibile.
Anzi, i nuovi metodi di ricerca tendono a confermarlo. L'ambiente, in tanti secoli,  molto mutato; e la desertificazione del paese  avanzata. Del resto, l'ultimo leone asiatico  stato ucciso solo qualche decennio fa.
Ebbene: nelle terre transgiordane di Rinaldo, note dal tempo della Bibbia come "le steppe di Moab", c'erano a quanto pare anche boschi con alberi d'alto fusto. Rinaldo fece costruire con il legname col raccolto delle navi, le collaud nelle acque del Mar Morto, le fece smontare e di l, attraverso il deserto - un'impresa che sarebbe stata ripetuta con successo nel 1917 dal colonnello Thomas Edward Lawrence, pi noto come "Lawrence d'Arabia" -, le fece trasportare fino a Eilat, sul golfo di Aqaba. Conquist quella citt (oggi centro balneare israeliano) e dal suo porto, rimontati i vascelli e affidatili a pirati del luogo, costeggi la sponda occidentale del Mar Rosso fino al Porto nubiano di Aidib, di faccia alla Mecca.
Solo la fortezza saracena dell'Isola dei Coralli (detta dagli arabi Jezira finawuun, "Isola dei Faraoni"), addossata al Sinai, gli resistette. Da Aidib, dove fecero razzia di merci provenienti da Aden e dall'India, i santi corsari crociati attraversarono il mare e assalirono i porti che collegano il traffico marittimo alle citt della Mecca e di Medina.
Il mondo musulmano rimase sconvolto dinanzi a una tanto audace empiet. Una flotta egiziana, messasi in mare per inseguire i profanatori, riusc a catturarne alcuni, che furono subito giustiziati. Rinaldo la scamp: ma il Saladino giur solennemente che quell'oltraggio non sarebbe mai stato perdonato.
Questa bravata acceler senza dubbio i preparativi di guerra che il sultano port a termine in pochi mesi: difatti, tra il settembre e l'ottobre del 1183 egli invase, partendo da Damasco, la Galilea. Ma il gran signore, ottimo politico e raffinato diplomatico, non era in realt un capo militare troppo abile (cosa questa che ancor oggi gli storici israeliani non cessano di rinfacciare, non senza una punta di malignit, ai loro colleghi arabi).
La campagna si risolse in un nulla di fatto: il Saladino non seppe combinare granch mentre, dall'altra parte, Raimondo di Tripoli e gli Ibelin (il solito "partito della pace"...) sconsigliavano le truppe crociate dall'attaccar battaglia. Se  permessa una breve digressione, narriamo un dettaglio - uno di quei dettagli che gli inglesi chiamano footnotes to history, e che spesso rivelano pi delle clausole di un armistizio. Fa parte di quegli episodi che spiegano come il Saladino si sia ben presto procurato, in Occidente, la fama di sovrano generoso e - secondo il modo di giudicare europeo - "cavalleresco". Ci  narrato dal cronista Ernoul e risale proprio al novembre 1183, allorch - dopo i due gravi episodi banditeschi di Rinaldo - il sovrano del Cairo e di Damasco era arrivato personalmente sotto le mura di Kerak, per farla finita una volta per tutte con il suo empio e arrogante nemico.
Rinaldo rispose all'imponente spiegamento di forze saraceno con una sfida: il giorno stesso dell'arrivo del Saladino sotto le mura della sua immensa fortezza, fece celebrare con grande sfarzo le nozze tra Onfredo di Toron, figlio di Stefania di Milly (sua seconda moglie), e Isabella, figlia del re Amalrico e della principessa Maria Comnena. Lo sposo era giovanissimo; la sposa appena undicenne. Il castello risonava di canti e di musiche gioiose quando il sultano, ai piedi delle ciclopiche mura, pose il suo campo di guerra in un frastuono di cavalli e di cammelli. La dama Stefania, non dimentica degli usi di cortesia, fece mandare all'assediante alcuni prelibati piatti del banchetto di nozze, insieme con i suoi saluti.
Sembra lo facesse a ragion veduta: quando il Saladino era stato ostaggio dei franchi ed essa era ancora bambina, il principe curdo l'aveva spesso tenuta in braccio e aveva giocato con lei. Il sultano forse non aveva dimenticato quella bambina che aveva allietato i suoi giorni di ospite obbligato. Non sappiamo quando questo episodio - anteriore al breve periodo in cui il Saladino fu ostaggio in Egitto - sarebbe avvenuto. Ma quel che caratterizza meglio di ogni altra cosa la delicatezza del sultano  che egli s'inform in quale torrione soggiornassero gli sposi e ordin quindi a coloro che manovravano gli ordigni d'assedio di non colpire, n col lancio di pietre n con altro, il luogo nel quale i giovinetti si trovavano.
Rinaldo era a Gerusalemme naturalmente, nel settembre del 1186, all'incoronazione di Guido di Lusignano e di Sibilla. Qualche tempo dopo, alla fine dell'anno, era di nuovo chiuso nel suo diletto castello di Kerak allorch gli pass sotto il naso una lunga, ricchissima carovana proveniente dal Cairo. Naturalmente il sire di Transgiordania le si gett addosso: rub, massacr, imprigion. Anche questa volta, tra il regno di Gerusalemme e il Saladino, era in vigore una tregua di durata quadriennale, siglata nel 1185. Fedele ai trattati, il sultano protest verso re Guido, ma questi non poteva far nulla contro il suo riottoso vassallo all'appoggio del quale, oltretutto, doveva la corona. Non  chiaro se il Saladino a questo punto - dopo gli oltraggi del 1181 e del 1182 - abbia esaurito la sua pur vasta scorta di pazienza o se invece, deciso a farla finita con i crociati, non attendesse di meglio che un pretesto.
Raccolse comunque un grande esercito e, dalla Siria, si diresse verso l'estremit meridionale del lago di Tiberiade. I franchi avevano a loro volta radunato un grande esercito nei pressi di Acri.
L'ora della tenzone era giunta.



Capitolo Sesto
LA MANO DELLA PROVVIDENZA

Avevamo lasciato Yusuf al Cairo, appena eletto nuovo vizir dell'ultimo califfo della dinastia fatimide. Norandino, a Damasco, si aspettava che Yusuf lo destituisse immediatamente e ponesse fine all'eresia sciita una volta per tutte, facendo trionfare anche in Egitto l'Islam sunnita.
Il califfo al-Adid aveva solo vent'anni, ma era gravemente ammalato e sembra che tra i due giovani fosse nata una sincera amicizia. Ci spiegherebbe le esitazioni di Yusuf e il modo in cui, due anni pi tardi, comp finalmente il suo dovere.
Non c' per dubbio che Yusuf sia stato, da subito, il vero nuovo padrone dell'Egitto. Lo dimostra il fatto che fu lui a respingere, nell'ottobre del 1169, il quinto e ultimo tentativo di re Amalrico di invadere il delta del Nilo. Sembra incredibile, ma Amalrico non aveva ancora rinunciato al suo sogno. Con l'aiuto di una flotta bizantina - concessagli dall'imperatore Manuele Comneno, che non vedeva affatto di buon occhio la presenza del luogotenente di Norandino a capo dell'Egitto - si present davanti al porto di Damietta, sul ramo orientale del delta, una sfortunata citt destinata a subire per altri cent'anni gli assalti incostanti degli infedeli.
Le provviste degli aggressori erano per limitate, e l'approvigionamento pressoch impossibile, cos che ben presto Yusuf pot avviare un negoziato per convincerli a rinunciare a quell'impresa disperata.
Nel periodo che segu, i rapporti tra Yusuf e Norandino - nonostante il primo ribadisse continuamente la sua fedelt e la sua sottomissione al secondo - cominciarono pian piano a incrinarsi, o comunque a essere attraversati da ombre sempre pi fitte. Per Norandino i crociati andavano battuti in Siria, e l'Egitto doveva servire soprattutto come fonte d'entrata fiscale. Yusuf era invece convinto che i crociati si sarebbero prima o poi gettati di nuovo sui porti alla foce del Nilo (e, per la cronaca, aveva ragione lui) ed era preoccupato per l'aiuto che avrebbero potuto ottenere sia dai ribelli sudanesi e nubiani (formidabili guerrieri, fra cui molti cristiani), sia dai beduini del deserto che si stendeva tra la Palestina e l'Eufrate (e anche l alcune trib erano cristiane: ma tutte erano infide).
Dopo aver temporeggiato per due anni sostenendo che il gesto avrebbe urtato i sentimenti degli egiziani e alienato i notabili sciiti, Yusuf depose infine il califfo nel 1171 e fece sostituire il suo nome, nelle preghiere pubbliche, con quello del califfo abbaside di Baghdad. Ma di tutto ci al-Adid venne tenuto all'oscuro, affinch potesse morire in pace.
L'ultimo dei Fatimidi mor poco dopo e la sua famiglia fu inviata al confino e smembrata, in modo che non avessero pi a nascere eredi; il tesoro califfale e i favolosi beni della corte furono in parte trattenuti da Yusuf e dai suoi collaboratori, in parte inviati a Damasco.
Contrariamente a ci che si aspettava il figlio di Zenqi, la fine della dinastia fatimide, invece che fare di Yusuf un suo semplice rappresentante, ne fece il nuovo sovrano de facto dell'Egitto. La questione del comportamento di Yusuf verso il sultano suo signore tra il 1171 e la morte di quest'ultimo nel 1174  una delle pi controverse nella storiografia araba delle crociate.  innegabile che Yusuf non trov mai il coraggio di affrontare direttamente Norandino incontrandolo di persona, e che sfugg anzi in due occasioni a un incontro: per alcuni adducendo scuse trasparenti, per altri a causa di genuina forza maggiore.
La prima volta fu in quello stesso anno, durante un suo assedio alla fortezza franca di ash-Shawbak. Non appena Yusuf apprese che Norandino stava marciando da Damasco per unirsi a lui, rientr precipitosamente al Cairo, adducendo presunti disordini scoppiati nella capitale. La seconda fu nel 1173: Yusuf si trovava nuovamente in Transgiordania e di nuovo Norandino si mosse per andargli incontro.
Anche questa volta il Saladino torn precipitosamente in Egitto, lasciando detto che suo padre Ayyub era in fin di vita (pare fosse vero: che la fortuna aiuti a volte anche i pavidi?).
Il figlio di Zenqi dava ormai apertamente del traditore al figlio di Ayyub e, ironia della sorte, ci si misero anche quelli che oggi chiameremmo i mass media: i poeti innalzavano canti di lode, non disinteressata, alla "casa-di-Shadi" (tale era il nome dell'avo di Yusuf) mentre Norandino era ignorato, pare a causa della sua nota parsimonia. Il sultano rimproverava a Yusuf di non aiutarlo nel jihad contro i franchi, ma intanto cercava di fomentare contro di lui la ribellione anche nello Yemen, all'estremit della penisola arabica, dove forti erano gli sciiti fedeli alla causa dei deposti califfi fatimidi: e contro lo Yemen fu necessaria una campagna militare del fratello di Yusuf, Turanshah.
Norandino s'apprestava ormai a invadere l'Egitto per riprendere ci che era suo quando improvvisamente mor - o, per dirla con Ibn al-Athir, "Dio gli trasmise l'unico ordine a cui nessun uomo pu sottrarsi" -: era il 15 maggio del 1174. I funzionari della corte e gli ufficiali dell'esercito fecero a gara per aggiudicarsi la tutela di suo figlio, il giovane al-Malik al-Salish: e per il momento Yusuf riconobbe il ragazzo come suo sovrano. I crociati approfittarono della debolezza del principato siriano per attaccarlo di nuovo, e in quel momento si temeva anche l'arrivo di una flotta del re normanno di Sicilia. Dinanzi alla crisi, i possedimenti di Norandino si smembrarono: parenti e collaboratori dell'atabeg fecero a brani il principato zenqide.
Nel frattempo, nel luglio di quel 1174, vittima della dissenteria mentre preparava (ebbene s!) la sesta invasione dell'Egitto, era morto anche re Amalrico, lasciando il trono - come abbiamo visto - al tredicenne Baldovino quarto, malato di lebbra ma assennato come pochi altri re di quello sventurato reame. A quel punto l'unico monarca ancora in grado di contrastare l'irresistibile ascesa del Saladino era Manuele Comneno, imperatore di Costantinopoli, ma anche quest'ultimo - dopo aver subito una pesante sconfitta dai turchi a Myriocephalum - mor, lasciando l'Impero Cristiano d'Oriente in uno stato di anarchia che 30 anni pi tardi avrebbe causato la tragedia della quarta crociata, nella quale i rampanti nuovi ricchi veneziani avrebbero guidato l'incivile saccheggio della Polis.
Fu solo allora che - dopo un appello del governatore di Damasco, che giudicava la situazione altrimenti irreparabile - Yusuf rivendic per s l'eredit di Norandino. Gli emiri arabi e gli agha turchi di Siria fecero di tutto per non subire il nuovo padrone, che avrebbe s pacificato il paese e lo avrebbe reso sicuro dai crociati, ma che li avrebbe sottomessi con fermezza. " un cane che viene ad abbaiare contro il padrone", si diceva di lui a Damasco: non era facile, per gli orgogliosi arabi e i bellicosi turchi, accettare la sovranit di un curdo. Nel tentativo di eliminarlo si ricorse anche all'accordo con un feudatario crociato, Raimondo di Tripoli, e con il capo di una setta estremista politico-religiosa, detta "degli Assassini" dal nome della sostanza che i suoi membri erano soliti fumare per inebriarsi, che era appunto l'hashish. "Assassino"  in effetti l'italianizzazione del termine arabo che significa "fumatore di hashish": ma il significato che la parola ha assunto nella nostra lingua  tutto un programma.
Ogni tentativo di evitare o ritardare l'ascesa di Yusuf fu comunque inutile. Il 26 novembre 1174 il Saladino entrava trionfalmente in Damasco e nell'aprile del 1175 gli inviati del califfo di Baghdad - formalmente Amir al-Muminim, "Principe dei Credenti" - gli conferivano il governo di Egitto, Yemen e Siria. Poco dopo - tra l'aprile e il maggio - infliggeva presso Hama una terribile sconfitta agli Zenkidi di Aleppo e Mossul, che volevano cacciarlo dalla Siria e che per questo fine si erano alleati con i franchi e con gli eretici ismailiti. Proclamatosi sultano, Saladino pose l'assedio ad Aleppo per toglierlo soltanto alla fine di luglio, quando tutta la Siria aveva ormai riconosciuto la sua alta sovranit.
Ormai era il Saladino, "Integrit della Fede". Con il passare del tempo la memoria collettiva dei musulmani non lo avrebbe pi visto come il rivale del pio Norandino, bens come il continuatore della sua opera e del suo pensiero. Gli stessi crociati gli rendevano onore per le doti di religiosit, generosit e disinteresse che tutti gli riconoscevano. Il Saladino fece di Damasco la sua capitale: era il padrone di tutto l'Islam nell'Asia anteriore, il restauratore dell'ortodossia sunnita in Egitto, l'unificatore delle forze musulmane - fino allora eterogenee - che stavano a contatto con gli stati franchi. Era gi una leggenda.
I principi franchi di Siria si accorsero ben presto della morsa nella quale li andava stringendo. Non c'era dubbio che il suo prossimo obiettivo sarebbe stato la loro eliminazione e il recupero di Gerusalemme; ma il terrorismo ismailita (fortissimo in Siria e naturalmente nemico dell'unificazione musulmana, che avrebbe significato una nuova e definitiva vittoria della Sunna) e l'infaticabile valore del re Baldovino quarto valsero - nonostante la discordia, l'indisciplina e la frequente inettitudine dei baroni franchi - a frenare il condottiero per circa un decennio.
Per alcuni anni gli eredi di Zenqi, che avevano le loro roccaforti in Mosul e in Aleppo, continuarono a dargli fastidio: anche per questo egli evit arabi e turchi. Prefer circondarsi di curdi e di mamelucchi, facendo la spola tra Damasco e Il Cairo e sorvegliando intanto da vicino il regno crociato di Gerusalemme, che sembrava di ora in ora prossimo a sfasciarsi, ma in soccorso del quale ogni tanto giungevano dall'Europa principi e cavalieri. Yusuf aveva intanto sposato la vedova di Norandino - un titolo in pi di legittimit - e sottoscritto un trattato di amicizia, nel 1179, con il sultano selgiuchide di Rum, Qilig Arslan secondo.
Quando nel 1181 il califfo as-Salih - il figlio di Norandino - mor diciottenne (forse avvelenato), nulla pi trattenne Yusuf dal raccogliere il frutto di dieci anni di impeccabile diplomazia. Il 18 giugno del 1183 fece il suo ingresso solenne ad Aleppo. Sotto l'autorit del primo sovrano ayyubide la Siria e l'Egitto erano finalmente una cosa sola. Succede, dicono, non pi di una volta ogni millennio. Avremo modo di tornare, nel capitolo conclusivo, su questo evento a suo modo "metastorico".
Tutto aveva insomma congiurato affinch Yusuf divenisse l'incontrastato padrone del Medio Oriente, al punto che si inizi a dire che la mano della provvidenza pareva essere poggiata sul suo capo. Furono questi gli anni in cui iniziarono a circolare i racconti sulla "santit" del Saladino, dai quali traspare un'immagine molto umana, quasi commovente, del nuovo sultano. Ne citeremo qui solo alcuni, tra quelli riportati da Baha 'ai-Din dopo la morte di Yusuf, per illustrare il mito nascente del sovrano illuminato:
"Saladino fu giusto, benigno, misericordioso, pronto a dare aiuto al debole contro il forte. Ogni luned e gioved sedeva in pubblica seduta a render giustizia, e in presenza dei giuriconsulti, dei qadi ("giudici") e degli ulama dava udienza ai contendenti. Ognuno aveva accesso a lui: grande e piccolo, vecchia cadente e vecchio infermo. A questo ufficio egli attendeva in viaggio come in residenza, sempre pronto a ricevere le suppliche che gli venivano presentate e a rimuovere gli abusi che gli venivano denunziati";
"La generosit del Saladino era troppo manifesta, troppo famosa per farne menzione. Vi far solo un cenno: egli ebbe i domini che ebbe, eppure mor senza che si ritrovasse d'argento, nel suo tesoro, altro che quarantasette dramme nasirite e d'oro un sol pezzo di Tiro, di cui ignoro il peso... Donava in tempo di ristrettezze come in tempo di larghezza, e i suoi tesorieri gli tenevano nascosta qualche riserva di denaro, per timore che sopravvenisse qualche spesa d'emergenza, ben sapendo che se ne avesse saputa l'esistenza, l'avrebbe spesa";
"Dominava e seguiva dall'alto le mosse nemiche e ogni giorno, una o due volte, doveva assolutamente andare in perlustrazione attorno al nemico. Nel pieno della battaglia girava tra le file, accompagnato da un solo paggio con un destriero in lassa, passando tra le truppe dall'ala destra alla sinistra, ordinando le unit o facendole avanzare e fermarsi ai luoghi opportuni. Nei giorni della gran battaglia nella piana d'Acri, musulmani furon rotti sino al centro dello schieramento: caddero tamburi e bandiere, ma lui tenne fermo con un pugno d'uomini sino a che pot ritirarsi al monte con tutti i suoi. Rimase fermo in campo: si vedevano da entrambe le parti i fuochi dei due campi, noi sentivamo il rumore delle loro campane, loro il nostro appello alla preghiera...";
"Una volta gli fu presentato un prigioniero franco, al quale egli incuteva una tale paura che i segni dell'agitazione e dello sgomento gli trasparivano sul volto. L'interprete gli domand: "Di che temi?", e Dio gli ispir la risposta: "Temevo prima di vedere codesto viso, ma dopo averlo veduto ed essere stato in suo cospetto, son sicuro di non vederne che bene". Saladino si commosse, lo grazi e lo lasci libero";
"... Tra i prigionieri v'era un vecchio di et assai avanzata, senza pi un dente in bocca e senza pi forza altro che per muoversi. Saladino, attraverso l'interprete, gli chiese: "Che cosa mai ti ha indotto a venir qui, in cos grave et, e quanto c' di qui al tuo paese?". Quello rispose: "Il mio paese  a mesi di viaggio, e io son venuto a fare il pellegrinaggio al Santo Sepolcro". Il sultano ne fu commosso e gli fece grazia, lasciandolo in libert e facendolo tornare, montato su un cavallo, al campo nemico. I suoi figli gli chiesero il permesso di uccidere qualcuno di quei prigionieri, ma egli non lo permise. Gli domandai perch avesse rifiutato. "Perch" rispose "non si avvezzino fin da piccoli a spargere il sangue alla leggera, quando ancora non sanno nemmeno distinguere tra un musulmano e un infedele";
"Cavalcavo con lui, un giorno, di fronte ai franchi, quando giunse un drappello con una donna tutta stracciata e in pianti, che si batteva di continuo il petto. La scorta disse: "Costei  uscita dai franchi e ha chiesto di esser condotta dinanzi al sultano: cos l'abbiamo portata". Il sultano la interrog attraverso l'interprete ed ella rispose che i razziatori musulmani erano entrati nella sua tenda il giorno innanzi, e le avevan rubato la figliola.
"Ho passato tutta la notte chiedendo aiuto, sino al mattino, e i nostri capi m'han detto: 'Il re dei musulmani  misercordioso; noi ti faremo andare da lui, e tu potrai richiedergli la tua figliola'. Cos mi hanno fatta uscire, e io da te solo spero riavere la mia bambina".
Saladino ne fu mosso a piet, e gli vennero le lacrime agli occhi. Ordin che qualcuno la conducesse al mercato del campo, per domandare chi avesse comprato la piccola, rifondergli il prezzo e riportarla. La faccenda della donna era nota sin dal mattino: non pass un'ora che quell'emiro torn con la piccola sulle spalle.
Appena la madre la scorse, si butt a terra rotolando il viso nella polvere, mentre tutti piangevano all'unisono con lei. Levava lo sguardo al cielo, senza che potessimo intendere ci che diceva. Le fu riconsegnata la figliola, e fu ricondotta al loro campo".




Capitolo Settimo
LA VITTORIA IMPERFETTA DEL SALADINO

Come abbiamo gi visto, quando era morto Baldovino quarto- verso la met del marzo del 1185 - il regno latino era caduto nell'anarchia. La maggior parte dei baroni aveva preso posizione a favore di Raimondo terzo, conte di Tripoli e tutore del nuovo re - il piccolo Baldovino V, che sarebbe sopravvissuto anche lui solo per diciotto mesi - mentre intorno a Guido di Lusignano si erano coalizzati gli interessi del Gran Maestro del Tempio, del patriarca di Gerusalemme, di Rinaldo di Chtillon, signore dell'Oltre-Giordano, e di Jocelin terzo de Courtenay, zio della principessa Sibilla.
La fortuna aveva voluto che fino ad allora il Saladino non avesse approfittato dell'anarchia franca per colpire una volta per tutte i principati cristiani. Non che avesse ignorato il sacro obbligo del jihad: aveva guidato una spedizione contro Tiro nel 1179, aveva attaccato Nazareth, Tiberiade e Beirut nel 1182, aveva devastato la Galilea e la Samaria nel 1183 e nel 1184, ma non aveva lanciato l'assalto finale, anche perch - secondo alcuni - non si sentiva ancora pronto a una simile impresa, e preferiva rafforzare il suo dominio e mantenere buoni rapporti con i franchi. Agendo pi a lungo in quel modo avrebbe per commesso un grave errore, perch avrebbe consentito anche ai franchi di rafforzarsi.
Ma a far precipitare le cose contribu, alla fine del 1186, l'inutile atto di brigantaggio che abbiamo narrato del solito, turbolento Rinaldo di Chtillon. Era il casus belli che il Saladino cercava: e la guerra, infatti, scoppi.
Nei primi due mesi del 1187 migliaia di fanti e cavalieri saraceni affluirono a Damasco da tutti i califfati dell'Islam. I cronisti riferiscono che la citt "sembrava una nave incagliata in un mare di tende ondeggianti: piccole tende di pelo di cammello e vasti padiglioni principeschi in tessuti riccamente colorati, decorati con versetti del Corano o con poesie. Era l'esercito saraceno pi numeroso che si fosse visto dal giorno dell'arrivo dei franchi".
A met marzo del 1187 l'esercito saraceno lasciava Damasco e marciava sui principati franchi. La campagna cominci con la devastazione metodica della Transgiordania, cio dei feudi dello sciagurato Rinaldo, per poi volgersi verso la Galilea e investire Tiberiade, mentre Raimondo di Tripoli e Guido di Lusignano venivano a una precipitosa, quanto tardiva, conciliazione sotto l'incalzare della minaccia.
 ovvio che la cattura della carovana da parte di Rinaldo era stata soltanto un pretesto per il Saladino, che in realt attendeva da tempo d'entrare in guerra; sta di fatto per che, in buona fede o meno, prima di usare le armi tent d'ottenere soddisfazione con i mezzi pi corretti e amichevoli.
Forse la guerra non sarebbe scoppiata cos presto, se l'occasione non si fosse presentata... Il 1 luglio le truppe del sultano attraversavano il fiume Giordano. Tra loro, secondo i cronisti, almeno dodicimila cavalieri.
Il giorno seguente occupavano Tiberiade: salvo la cittadella, che rimase saldamente in mano d'un pugno di crociati, a capo dei quali era la contessa Eschiva, consorte di Raimondo di Tripoli. Eppure il saggio conte, allorch la cosa fu risaputa negli accampamenti cristiani, non desist dal raccomandare, secondo il suo solito, la prudenza. Si era in piena estate, e attaccando ci si sarebbe trovati in svantaggio; Tiberiade gli apparteneva, sua moglie stessa era minacciata, ma nondimeno si doveva temporeggiare.
Il "partito della guerra", soprattutto il Maestro templare - che l'odiava per il mancato matrimonio di Batrn - e naturalmente Rinaldo di Chtillon gli dettero senza cerimonie del vigliacco, del traditore, del venduto agli infedeli.
La mattina del 3 luglio i crociati mossero da Sephoris - per gli arabi Saffurya - verso Tiberiade. V' un punto nel quale la strada comincia a scendere, e si scorge lo scintillar delle acque del lago tra due modeste alture: il luogo, dal nome del minuscolo villaggio alla base del pendio,  conosciuto come "i corni di Hattin". L i crociati posero il campo, ancora una volta contro il consiglio di Raimondo: che aveva ragione, perch il luogo era privo d'acqua. Durante quella notte, col favore del vento, i musulmani si divertirono a esacerbare la paura e la sete dei cristiani incendiando arbusti secchi che erano disseminati per la collina e affumicando il campo crociato.
All'alba i guerrieri della croce - difatti la reliquia della Santa Croce, venuta appositamente da Gerusalemme, era la loro insegna - cercarono di aprirsi un varco verso il lago. Non desideravano che bere. Erano per circondati e avevano il sole negli occhi.
Qualcuno, come Raimondo di Tripoli e Ballano d'Ibelin, si lanci con un pugno di cavalieri contro le file dei musulmani, che secondo la collaudata tattica asiatica si aprirono, li lasciarono passare e li isolarono dal resto dell'esercito crociato. Chiss se c'era, in quel momento, qualche cavaliere crociato che aveva visto il Saladino usare quello stesso stratagemma nella battaglia di al-Babein, sulle rive del Nilo, esattamente vent'anni prima...
Raimondo terzo, sfiduciato o forse colto da quella paura che talvolta invade anche gli audaci, fece dietrofront e riguadagn al galoppo la sua capitale. Alla luce dell'ultima riunione dei latini, in cui era stato accusato di tradimento, si pu capire come il vedere le truppe musulmane aprirsi per permettere la sua fuga abbia confermato a molti cristiani che il conte di Tripoli aveva venduto l'intera armata di Cristo agli infedeli.
Il grosso dei crociati resist invece valorosamente, in cima alla collina, attorno alla tenda vermiglia di re Guido. Non c' dubbio, e sono i cronisti musulmani a darcene conferma, che i cavalieri cristiani si siano coperti di gloria, quel giorno. Continuavano a battersi con il coraggio della disperazione, soprattutto i monaci degli ordini, che sapevano bene quale destino che li attendesse se i musulmani avessero avuto la meglio. Due brevi testimonianze dal campo di battaglia ci offrono un assaggio della storica giornata. La prima  di Ibn al-Athir, e descrive la perdita della Santa Croce; la seconda narra la caduta della tenda sulla collina, e a scriverla fu un figlio del Saladino, al-Malik al-Afdal, che aveva diciassette anni:
"I nostri si impadronirono della loro gran croce, chiamata la "Vera Croce", nella quale dicono esservi un pezzo del legno su cui, secondo loro, fu crocifisso il Messia. Quella cattura fu per essi uno dei colpi pi gravi, che li rese certi di morte e di rovina...";
"Ero a fianco di mio padre alla battaglia di Hattin, la prima alla quale avessi assistito. Quando il re dei franchi si ritir sulla collina, lanci la sua gente all'attacco con tale violenza da far indetrieggiare le nostre truppe sino al luogo dove era mio padre. Io lo guardai. Era teso, scuro in volto, e si afferrava nervosamente la barba. Fece un passo avanti e grid: "Satana non deve vincere!" I musulmani tornarono al contrattacco. Quando vidi i franchi indietreggiare sotto la pressione delle nostre truppe, gridai di gioia: "Li abbiamo vinti!" Ma mio padre si volt verso di me e disse: "Taci! Non li avremo vinti finch non cadr quella tenda lass!" Prima che avesse terminato la frase, la tenda del re croll. Mio padre smont da cavallo e si prostern a ringraziare Dio, piangendo di gioia".
Subito dopo la battaglia una tenda magnifica fu innalzata in gran fretta per il sultano. Qui egli ricevette i capi prigionieri: re Guido, suo fratello Amalrico di Lusignano (ch'era stato l'amante della regina-madre Agnese), Gerardo di Ridefort Maestro del Tempio, Onfredo di Toron, Rinaldo di Chtillon. Val giusto la pena di notare che in quella prigionia il Maestro del Tempio incontr di nuovo il suo vecchio rivale in amore: quel Plebano che molto tempo prima aveva sposato - con grave scorno dell'allor giovane Gerardo - la contessa di Batrn.
Accadde allora una scena sconvolgente, almeno per la mentalit cristiana e per noi moderni. Il Saladino accolse benignamente gli sconfitti, trattandoli quasi tutti come vecchi amici. Al re, ch'era sconvolto dalla sete, offr cortesemente una coppa d'acqua all'aroma di rose rinfrescata dalla neve del monte Hemon, che i musulmani sapevano portarsi dietro, ghiacciata, nonostante l'estate. Il re se ne bagn le labbra e la pass a Rinaldo. Ma secondo la tradizione araba, accogliere un ospite sotto la tenda e dargli da mangiare e da bere significa renderlo inviolabile. Allora il Saladino sibil rapido all'interprete: "Di' al re che  lui ad aver dato da bere a quell'uomo: non io!". E, rivolto a Rinaldo, gli rimprover la sua lunga catena di delitti e di empiet. All'ennesima arrogante risposta di questi - che conservava senza dubbio il suo sangue freddo e che del resto sapeva che cosa lo aspettava - afferr una spada e gli tagli personalmente la testa.
Guido di Lusignano non seppe trattenersi, a quella vista, dal cader preda d'un accesso di paura; ma il sultano si rivolse al tremante sconfitto e lo assicur che "un re non uccide mai un re"; dispose quindi che tutti i prigionieri fossero trattati umanamente salvo i monaci-cavalieri del Tempio e dell'Ospedale, che furono massacrati sul posto da una banda di sufi, la quale non aspettava di meglio (non ci aspetteremmo questo, da un'austera confraternita di mistici! Ma in ci l'Islam differisce di parecchio dal Cristianesimo). La ferocia dimostrata dai saraceni contro i monaci-cavalieri ha una sua pur dura giustificazione.
Templari e ospitalieri avevano il dovere di non arrendersi mai in battaglia; se catturati vivi, non potevano essere riscattati; se liberati, dovevano tornare a combattere. Erano combattenti splendidi, e come tali ammirati dai nemici: ma non c'era alternativa possibile alla loro distruzione. Fu tuttavia risparmiato il Maestro del Tempio, Gerardo. In seguito, avrebbe reso al sultano ambigui favori: al punto che ci si domanda se fu la paura della morte a fargli cambiar bandiera o se egli non facesse gi da qualche tempo il doppio gioco. I prigionieri furono inviati a Damasco: i nobili in attesa che qualcuno versasse un riscatto per loro, gli altri per esservi venduti schiavi.
La reliquia della Santa Croce era caduta nelle mani degli infedeli.
Dopo la tremenda rotta, i franchi non disponevano quasi pi di forze: ci che restava si adun intorno a Raimondo terzo e a Balian secondo d'Ibelin signore di Beirut, che s'era precipitato a Gerusalemme per organizzarne febbrilmente la difesa. Il Saladino occup Tiberiade il giorno dopo la battaglia, poi si lanci, anzich su Gerusalemme com'era prevedibile, su San Giovanni d'Acri. La citt gli fu subito consegnata dal suo governatore, Jocelin terzo di Courtenay, in cambio della salvezza delle vite e dei beni degli abitanti. Era il 10 di luglio. Il Saladino voleva mantenere intatta la prosperit economica acconense, che era indissolubilmente legata alle colonie commerciali italiane: ci nonostante non pot impedire che i fondachi venissero saccheggiati e moltissimi mercanti cristiani ridotti in miseria.
Poi i musulmani si posero alla conquista della Galilea e della Samaria: presero Giaffa e Nablus, il 29 luglio presero Sidone quasi senza colpo ferire e poi Beirut, che capitol spontaneamente il 6 agosto. Di l il Saladino raggiunse Gibeloth, il cui signore Ugo terzo Embriaco (d'origine genovese) era suo prigioniero: e i cristiani di Gibeloth che vollero farlo furono lasciati liberi di raggiungere Tiro. Guido di Lusignano, aiutato dal Gran Maestro del Tempio, medi alfine di ottenere una simile soluzione per Ascalona, ma i difensori di quella citt resistettero alle vili profferte dei due, e si arresero direttamente al Saladino il 5 settembre, ottenendo da lui il diritto a una capitolazione onorevole: la forma era salva, ma la sostanza non mut. Una dopo l'altra, il Saladino dimostrava di voler riconquistare all'Islam le citt della Palestina senza comprometterne la vita economica e commerciale.
A quel punto la costa era tutta nelle mani dei musulmani, salvo Tripoli e Tiro. Gaza era difesa dai templari: ma la loro Regola li obbligava a obbedire senza discutere al loro Maestro, e cos anche le porte di quella citt dovettero aprirsi al sultano, dopo l'intercessione del vile Gerardo. L'esercito del Saladino era entrato in Ascalona il 4 settembre, esattamente due mesi dopo la battaglia di Hattin. Un'eclisse di sole accompagn il loro ingresso: cattivo presagio per i cristiani, adoratori di quel Ges ch' detto Sol Iustitiae. Fu proprio nel giorno segnato dal misterioso fenomeno celeste che il sultano ricevette una delegazione di cittadini di Gerusalemme, venuti a trattare la resa della Citt santa, che appariva ormai inevitabile.
Il regno non aveva pi difensori: lo stesso Raimondo terzo era morto in quell'estate, forse anche a causa delle sofferenze legate alla battaglia di Hattin e alla fuga ingloriosa.
Si verific a questo punto un fatto inatteso, e la generosit del sultano pot di nuovo rifulgere. In Tiro, insieme con molti profughi franchi, si trovava Baliano d'Ibelin.
Confidando nella comprensione del Saladino, questi gli domand un salvacondotto per poter raggiungere a Gerusalemme la moglie, la principessa bizantina Maria Comnena, che prima di lui era stata sposa del re di Gerusalemme Amalrico e che gli aveva dato dei figli. A Baliano sarebbe bastato un salvacondotto di un giorno: e il Saladino glielo concesse. Una volta giunto per in citt, il nobile signore si vide circondato da una folla piangente che lo implorava di non partire e che alla fine gli imped con la forza di tener fede alla parola data al sultano.
Baliano ne scrisse al suo cortese nemico: era pieno di vergogna per l'involontaria fellonia. Ma il Saladino comprese, perdon e addirittura invi a Gerusalemme una scorta per condurre la dama e i figli di Baliano (insieme con altri giovanissimi rampolli di nobili crociati) sino a Tiro. Dicono che, alla vista di quei fanciulli su cui era caduta una disgrazia pi grande delle loro esili spalle, il sultano scoppiasse in lacrime. Baliano fece il possibile. La citt era sovraffollata di profughi ma priva di difensori veri e propri: si dovettero armare i giovanissimi e i mercanti. Tutti i tesori della citt, compreso quello del Santo Sepolcro, vennero impiegati per le spese relative alla difesa. L'assedio musulmano di Gerusalemme dur pochi giorni, dal 20 settembre al 2 ottobre. Il Saladino, forse non casualmente, aveva installato il suo accampamento sul Monte degli Ulivi.
Il 29 settembre fu aperta una breccia nelle mura settentrionali: vicinissimo al punto dello sfondamento della presa cristiana, nel luglio del 1099. I difensori, stremati, domandarono a Baliano di trattare la resa con il sultano.
Ma le trattative andarono per le lunghe, perch non si riusciva ad accordarsi sulla cifra che i franchi avrebbero dovuto pagare per uscire indenni dalla citt. Alla fine, il venerd 2 ottobre 1187, che era il 27 ragiab dell'anno 583 dell'egira, cio il giorno stesso in cui i musulmani festeggiano il viaggio notturno del profeta a Gerusalemme, il Saladino fece il suo solenne ingresso nella Citt Santa.
Il patriarca Eraclio, rifiutandosi di concorrere con le sue ricchezze al riscatto dei pi poveri, se ne usc carico di vasellame d'oro; il Tempio e l'Ospedale furono invece costretti da Baliano a sborsare alte cifre a tal scopo. Parecchie migliaia di sciagurati non avevano per di che comprarsi la libert, e avrebbero dovuto esser venduti schiavi. Ma al-Adii, fratello del sultano, gli chiese che mille di quei poveretti gli fossero donati e li liber. Il Saladino ne concesse allo stesso scopo settecento al patriarca Eraclio e cinquecento a Baliano; provvede poi a liberare tutti gli anziani, i bambini e le donne: ma alla richiesta di quante di loro avevano i loro mariti prigionieri fece liberare anche questi ultimi, e don a vedove e orfani del denaro tolto dal suo tesoro personale. Qualche dignitario musulmano cerc di approfittarsi della situazione catturando qualcuno di quanti erano stati liberati e imponendo loro un nuovo riscatto. Ma il sultano vegliava e represse con severit tali abusi.
Paragonato al contegno del "Feroce Saladino", quello dei pii cristiani non rifulse. A Tiro furono fatti entrare solo i profughi atti alle armi e perci utili alla difesa: tanto peggio per gli altri. Qualche piccolo signore locale approfitt degli esuli per saccheggiare le loro povere cose. A Tripoli le autorit franche chiusero in faccia agli sventurati profughi le porte della citt. Ad Antiochia il permesso d'ingresso fu concesso di malavoglia. Miglior sorte attendeva quelli che si erano diretti verso Ascalona, ormai nelle mani di un governatore egiziano: il porto era pieno di navi mercantili italiane, che non volevano saperne d'imbarcare se non quelli che avrebbero potuto pagarsi il viaggio di ritorno in Europa. Ma il governatore dichiar senza troppe cerimonie che avrebbe impedito di lasciare il porto a quei vascelli che non avessero accettato a bordo i profughi.
Storie d'ordinaria ferocia saracena, d'ordinaria carit cristiana.
Ma se si era stati clementi con i cristiani, non si esercit clemenza contro i segni di un culto che i musulmani ritenevano sordido. Tutto il recinto del Tempio (haram ash-sharif, "la nobile recinzione") fu purificato con acqua di rose. Eccone il resoconto di un cronista cristiano:
"Quando il Saladino ebbe preso Gerusalemme... non se ne volle andare finch non ebbe pregato nel Tempio e finch tutti i cristiani non furono fuori dalla citt. Egli mand a prendere a Damasco dell'acqua di rose per lavare il Tempio prima di entrarvi: ne ebbe cinque cammelli carichi, e fece lavare bene il Tempio con quest'acqua prima di entrarvi.
E fece abbattere una grande croce dorata che stava sul Tempio, e che i saraceni poi legarono con delle corde e trascinarono fino alla torre di David. L i saraceni miscredenti si dettero a spezzarla e le fecero gravi oltraggi: ma non posso dire se ci sia avvenuto per comando del Saladino. Questi fece lavare il Tempio, vi entr e rese grazie a Dio".
Il Santo Sepolcro venne chiuso. Alcune delle chiese pi importanti che i crociati avevano restaurato o costruito nei loro ottantotto anni di residenza furono trasformate dal Saladino in madrase, ovvero scuole teologiche. L'Islam, sin dalle sue origini, ha sempre tramandato i suoi insegnamenti nella moschea, conformemente allo spirito della sunna. Ma dopo l'arrivo dei turchi selgiuchidi le cose iniziarono a cambiare. Per la prima volta furono fondate delle scuole, le madrase, che insegnavano prevalentemente la sacra legge derivata da Corano, la Shari'a, e il diritto coranico, ofiqh, qualcosa di non molto diverso dal diritto canonico dei cattolici. Le madrase erano potenti centri di diffusione dell'Islam sunnita e dell'ideologia del jihad. Norandino ne fond a decine, ed  ancor oggi sepolto in una di esse, a Damasco. La principale tra quelle fondate dal Saladino a Gerusalemme - che si chiam perci Madrasa es-Salahyya - fu installata nella chiesa di S.Anna, una stupenda struttura costruita nel quinto secolo sulle rovine della casa della madre di Maria e poi restaurata dai crociati.
Venerd 9 ottobre, alla fine delle preghiere nella moschea di al-Aqsa, il qadi di Damasco, la voce tremante di emozione, ringrazi Dio:
"Gloria a Dio, che ha glorificato l'Islam con questa vittoria e ha riportato questa citt all'ovile dopo un secolo di perdizione! E salute a te, Saladino Yusuf, figlio di Ayyub, che hai ridato a questa nazione la dignit perduta!".
L'Occidente fu preso alla sprovvista. Si disse che papa Urbano terzo fosse morto di dolore alla notizia che la Citt Santa era caduta.
Il fatto  cronologicamente improbabile (mor il 20 ottobre: una quindicina di giorni era senz'altro troppo poco perch una notizia potesse giungere dalla Palestina in Italia), ma la leggenda sottolinea efficacemente lo stupore e lo smarrimento provato dai cristiani in quel frangente.
Il nuovo pontefice Gregorio ottavo, il 29 ottobre 1187, eman da Ferrara la bolla Audita tremendi. Nel momento in cui la cancelleria papale promulgava quel documento Gerusalemme era caduta, ma in Occidente si sapeva solo della disfatta di Hattin. Era una tipica bolla di crociata: narrazione stringata ma efficace degli avvenimenti, esortazione a partire, promulgazione delle tradizionali indulgenze.
Ma il dolore era forte, e il pontefice non pot trattenersi dal citare il Salmo settantottesimo: "Dio, i gentili sono entrati nel Tuo retaggio, hanno profanato il Tuo sacro Tempio; hanno rovinato Gerusalemme, hanno dato le carni dei Tuoi santi in pasto alle belve della terra e agli uccelli dell'aria!".
Qualcosa era per accaduto intanto sulla costa: qualcosa che avrebbe infuso ai franchi nuova speranza. Il 13 luglio del 1187 nel porto di Acri - che da appena tre giorni si era arresa ai musulmani - era entrata una nave italiana, non si sa se pisana o genovese. I marinai avevano dichiarato alle autorit portuali che appena avevano saputo che il sultano si era impadronito del bel porto, erano venuti lieti e fiduciosi per sbarcar le loro merci: e i musulmani non ci avevano trovato nulla di strano, dal momento che i mercanti latini si comportavano di solito appunto cos.
Ma quella nave, non appena il vento glielo aveva permesso, si era allontanata velocemente dal porto di Acri; e, veleggiando verso nord, la notte seguente era approdata in un altro grande porto vicino, Tiro, presidiato ancora dai cristiani. Su quel vascello viaggiava un personaggio interessante; un altro dei coprotagonisti della nostra storia. Si trattava di Corrado del Monferrato, figlio del marchese Guglielmo quinto "il Vecchio" il quale, venuto in Terrasanta dopo la morte del figlio Guglielmo "Lungaspada" per vegliare sulle sorti del nipote Baldovino V, era stato preso prigioniero a Hattin. Corrado era pertanto cognato della regina Sibilla per parte del primo marito di questa, suo fratello, Guglielmo "Lungaspada".
Nato verso il 1140, Corrado era coetaneo del Saladino. In giovent aveva seguito con il padre le campagne italiche dell'imperatore Federico Barbarossa, del quale i Monferrato erano fidi alleati. Pi tardi, venuto in urto con il cancelliere imperiale Cristiano di Magonza, aveva abbandonato l'Italia e si era stabilito a Costantinopoli dove un suo fratello, Ranieri, aveva tentato la fortuna sposando una principessa bizantina. Spentosi Ranieri, per Corrado si era profilata una straordinaria fortuna: addirittura il matrimonio con Teodora, la sorella dell'imperatore di Costantinopoli Isacco Angelo.
Ma una serie di rivolte contro gli stranieri - ne scoppiavano di continuo nella capitale dell'impero - e l'inimicizia dell'imperatore, della quale lo aveva informato la stessa Teodora, avevano convinto Corrado che era meglio cambiar aria. Si era diretto cos verso la Terrasanta: salpando da Costantinopoli ignorava senza dubbio che il padre era stato catturato il 4 luglio, ma giunto sulla costa palestinese non tard a informarsi e a orientarsi.
A Tiro, Corrado fu accolto come un salvatore. Nella bella citt sul mare erano convenuti fuggiaschi di Hattin e profughi di Acri; si sapeva che il Saladino sarebbe comparso presto sotto le mura e si era gi pronti a cedergli: pare che Rinaldo di Sidone, comandante della cittadella, fosse gi in contatto col nemico per trattare la capitolazione. Il sire del Monferrato chiese e ottenne pieni poteri: fin dall'agosto respinse un primo assalto saraceno, tenne a bada le navi musulmane con l'aiuto dei marinai pisani e genovesi e impieg le sue stesse personali risorse per ripristinare la cortina muraria.
Ai primi di novembre il Saladino torn ad assediare Tiro, ma la citt era quasi un'isola immersa nel mare, e solo per una piccola porzione di terreno v'erano mura espugnabili dalla terraferma. Senza navi, non si poteva assediarla: e del mare erano padroni i vascelli pisani che vettovagliavano gli assediati, mentre Corrado aveva addirittura approntato piccoli vascelli coperti di cuoio e carichi di arcieri, che tormentavano i fianchi delle truppe assedianti.
Nemmeno i rinforzi navali giunti al sultano da Acri e da Jebali riuscirono ad aver ragione della difesa. Nella notte fra il 1 e il 2 gennaio del 1188 il sultano si dette per vinto e, bruciate le macchine d'assedio, tolse il campo e fece ritorno ad Acri.
La fama di Corrado divenne presto leggendaria. I dotti osservavano come certe sue risorse tattiche ricordassero addirittura quelle che secondo Cornelio Nepote erano state proprie di Temistocle durante le guerre persiane; ma a livello popolare si preferiva raccontare di come il Saladino, un giorno, gli avesse presentato dinanzi le mura il suo stesso padre, il vecchio marchese Guglielmo che era prigioniero dalla battaglia di Hattin. Corrado aveva replicato che in cambio del padre non avrebbe ceduto "neppure una pietruzza delle mura di Tiro"; e che all'occorrenza non avrebbe esitato a far colpire anche lui, "che tanto era vecchio e aveva vissuto fin troppo". Parole che sembrano ispirate a qualche storia dell'antica Roma, e che tuttavia non suonano incredibili sulle labbra d'un uomo deciso a resistere a tutti i costi.




Capitolo Ottavo
LA TERZA CROCIATA

Corrado del Monferrato si diede subito da fare. Invi l'arcivescovo di Tiro, Josse, in ambasceria per spiegare alla Cristianit quale fosse la situazione della Terrasanta;- scrisse lettere all'imperatore Federico Barbarossa, al re d'Inghilterra, al re Bela d'Ungheria, ai pisani, ai genovesi; giunse - con bell'anticipo sui sistemi massmediali e le tecniche di propaganda - a far dipingere una tavola nella quale si vedeva un saraceno in atto di profanare brutalmente il Santo Sepolcro, e che avrebbe dovuto esser portata in processione per l'Europa. I risultati non tardarono a mostrarsi.
Guglielmo secondo, re di Sicilia - il primo al quale si era rivolto l'arcivescovo Josse, data anche la vicinanza geografica -, dopo un atto solenne di penitenza, invi subito una flotta di sessanta navi con duecento cavalieri - qualche cronista d cifre differenti - che giunsero a Tiro e a Tripoli nel 1188: non combinarono granch, anzi sembra aumentassero la confusione, ma erano un segno eloquente.
Nell'inverno del 1188 a Gisors, in Francia, Josse di Tiro s'incontr con re Enrico secondo d'Inghilterra e re Filippo Augusto di Francia. Gisors era al confine tra le terre del re francese e la Normandia, della quale il re d'Inghilterra era duca (e perci vassallo del re di Francia: una situazione che sollevava molti problemi).
In quell'occasione i due sovrani decisero s di prender la croce, ma cominciarono - da buoni capi di Stato - inventandosi una nuova tassa che avrebbe dovuto finanziare l'impresa, e che per questo fu chiamata "decima di Saladino" (la decima era un tributo che colpiva i beni dei sudditi per il 10% circa). Si decise altres - ma questo lo sostiene una fonte poco sicura - che il distintivo della crociata, la croce appunto, avrebbe dovuto esser di colore differente a seconda delle nazioni: rosso per i francesi, bianco per gli inglesi, verde per i fiamminghi.
Ma facciamo un passo indietro. Abbiamo lasciato Corrado del Monferrato chiuso in Tiro, da dove magistralmente preparava la riscossa crociata, e Guido di Lusignano prigioniero del Saladino: ma questi lo liber nell'estate del 1188, e Guido si rec prima ad Antiochia, poi a Tripoli, dove non poteva far altro che aspettare i rinforzi dall'Europa. Corrado, per, non aveva alcuna intenzione di tollerare il ritorno del Lusignano sulla scena politica. A torto o a ragione, si considerava erede dei diritti al trono gerosolimitano del suo defunto nipote Baldovino V. E se tali diritti erano contestabili sotto il profilo giuridico, ben pi solidi erano quelli politici e militari che s'era guadagnato sul campo, salvando Tiro e provocando la crociata. Ormai il fronte della nobilt che non amava Guido guardava a lui come al suo capo naturale: quanto alla corona, si argomentava che essa non spettasse moralmente pi al Lusignano da quando s'era lasciato prender prigioniero alla battaglia di Hattin, aveva indecorosamente piegato la testa dinanzi al sultano e aveva accettato di sopravvivere alla perdita cristiana della Citt Santa. Dov'era il re che avrebbe dovuto difenderla, quando la croce dorata era caduta dalla cupola del Templum Domini (la moschea di Umar) tra le grida di "Allah akbar!" degli infedeli?
D'altra parte, l'energia dimostrata da Corrado gli andava procurando anche degli avversari: sia gli ordini religioso-militari, sia i mercanti e i coloni pisani - che pure in Tiro lo avevano generosamente aiutato - cominciavano a preoccuparsi per il suo atteggiamento.
Il che  comprensibile: mettersi insieme a Corrado significava alienarsi Guido, al quale nel maggio del 1189 il Monferrato chiuse senza cerimonie le porte di Tiro in faccia; e se anche Corrado l'avesse spuntata e fosse diventato re, monaci-cavalieri e coloni sapevano che avrebbero avuto a che fare con un sovrano molto meno accomodante del rivale.
Nell'agosto del 1189 i crociati europei cominciarono ad arrivare, concentrandosi sotto Acri, dov'era anche re Guido: inizi l'assedio di quello che era il porto della Terrasanta ma, mentre si aspettavano i re europei, le manovre andavano per le lunghe e la politica, invece, galoppava. Nel 1190 morirono sia la regina Sibilla sia le sue due figlie avute da Guido. Poich la corona di Gerusalemme si trasmetteva per via femminile, essa avrebbe dovuto andare alla giovanissima Isabella (che aveva allora circa diciassette anni), sorellastra di Sibilla in quanto figlia dello stesso padre - re Amalrico - ma di madre differente. Un gruppo di nobili per - tra cui Ballano d'Ibelin, il coraggioso difensore di Gerusalemme del 1187, che in quanto marito di Maria Comnena era patrigno di Isabella - insorsero contro il matrimonio tra Isabella e Onfredo di Toron, tanto pi che non aveva dato frutto.
Isabella fu rapita dalla sua tenda e unita in matrimonio a Corrado mentre le sue nozze precedenti, contratte nel 1183, venivano dichiarate nulle. Era una vendetta contro Onfredo, che nel 1186 - forse perch spinto dal suo terribile patrigno, Rinaldo di Chatillon - aveva riconosciuto Guido di Lusignano come re. Era valido quel matrimonio tra Isabella e Corrado, gi sposati in Grecia? Nonostante i dubbi dell'arcivescovo di Canterbury, che rappresentava il patriarca di Gerusalemme, la politica pot pi di altre considerazioni.
Guido per non si sognava nemmeno di rinunziare ai suoi diritti: tanto pi che era in arrivo il suo naturale difensore, Riccardo d'Inghilterra, del quale i Lusignano erano vassalli in Francia grazie ai feudi che la madre del Cuor di Leone, Eleonora d'Aquitania, aveva recato in dote al padre, Enrico secondo.
D'altronde, Corrado era anche cugino di Filippo Augusto, re di Francia. Si organizzarono quindi due partiti all'uno o all'altro dei quali si avvicinarono le forze presenti, secondo il principio - notissimo in politica - per cui gli amici dei nemici sono nemici, e cos via. Per Corrado, e dunque per il re di Francia, si schierarono gli ospitalieri e i genovesi; e quindi i templari, i pisani e i veneziani non ebbero dubbi nel sostenere le ragioni di Guido. In Europa, nel frattempo, la reciproca diffidenza di inglesi e francesi e una serie di problemi dinastici legati alla discordia tra i due figli di Enrico secondo, Riccardo e Giovanni, ritard di parecchio l'organizzazione della crociata. Enrico mor nel luglio del 1189, e il figlio Riccardo fu proclamato re nel settembre.
Ma nemmeno il re di Francia bruciava dalla voglia di mettersi in cammino. Fu solamente nell'inoltrata estate del 1190 che inglesi e francesi si misero per mare, ma gi il viaggio - con le sue lunghe, acrimoniose soste - fu il segnale che l'impresa nasceva male. L'appuntamento fra i due re era fissato a Messina: Filippo Augusto vi giunse a met settembre e vi trov, gi ancorata, la flotta inglese; Riccardo per non c'era perch, costeggiata con la massima calma la costa tirrenica, era approdato a Napoli da dove aveva proseguito via terra attraverso Amalfi, Salerno e Mileto, per arrivare a Messina verso il 23 settembre. Sarebbe troppo lungo spiegare qui le beghe di successione al trono normanno di Sicilia che affliggevano il Meridione d'Italia dopo la scomparsa, un anno prima, di Guglielmo secondo. Basti sapere che la sorella del Cuor di Leone, Giovanna, era in quel momento ostaggio di uno dei pretendenti, un figlio illegittimo di Ruggero secondo a nome Tancredi di Lecce. Riccardo fece la voce grossa: pare che dichiarasse d'aver intenzione di conquistare tutto il regno. Tancredi liber e conged subito con ogni riguardo Giovanna, che arriv a Messina il 28 settembre e incontr il re suo fratello nella locale Casa degli ospitalieri. Ma il Cuor di Leone non era soddisfatto: due giorni dopo fece occupare Bagnara, localit leggermente a nord di Scilla, e si comport con le sue truppe in modo tanto violento che ai primi di ottobre scoppi in citt un grave tumulto, che la mediazione del re francese tent invano di sedare. Riccardo occup tutta la citt, la fece saccheggiare e vi si install da conquistatore, rispettando solo il quartiere dov'era alloggiato Filippo Augusto. Quest'ultimo, senza spezzare i rapporti con Riccardo e collaborando anzi con lui nell'amministrazione di quella che era ormai una citt occupata, tenne un atteggiamento decoroso anche se, per forza di cose, un tantino ambiguo. Filippo Augusto, fingendo di far da mediatore, soffiava in realt sul fuoco. L'episodio siciliano contribu a scavare un pi profondo fossato tra i due sovrani. Per capire quanto poco i due si amassero, basti ricordare che Filippo era figlio di Luigi settimo di Francia e della sua terza moglie Alice di Champagne, mentre Riccardo era nato dal matrimonio di Enrico secondo con Eleonora d'Aquitania, l'affascinante, intelligente e infedele prima moglie di Luigi settimo. Insomma la bella Eleonora aveva lasciato il padre dell'uno per il padre dell'altro.
S'era dovuto comunque svernare a Messina, sinch non fosse ricominciata la stagione dei "passaggi", e una volta portato l'irruente re inglese a pi miti consigli, i due sovrani ripartirono per la Terrasanta: Filippo il 30 marzo e Riccardo il 10 aprile. Ma il Cuor di Leone raggiunse Filippo sotto Acri, che i crociati stavano assediando, solamente l'8 di giugno. Nel frattempo aveva "semplicemente" conquistato l'isola di Cipro - una base strategica fondamentale per le operazioni militari (e soprattutto navali) sul litorale siriaco - strappandola ai greci e facendone dono all'Ordine del Tempio.
L'invasione di Riccardo era avvenuta, tutto sommato, a causa di futili motivi. Isacco Ducas Comnenos, despota di Cipro, aveva mancato di rispetto ai naufraghi di due navi di Riccardo, affondate durante una tempesta. Tra i naufraghi v'erano per la sorella del Cuor di Leone e Berengaria, sua futura moglie.
Il re d'Inghilterra, un noto attaccabrighe, non perse tempo in balletti diplomatici. Dopo uno sbarco armato, pochi scontri e molti tradimenti, Isacco Comnenos aveva consentito alla resa, a patto di non essere messo ai ferri, ed era stato perci incatenato con l'argento. Poi Riccardo aveva proseguito verso Acri.
Guido di Lusignano si rivolse subito al re inglese, rimettendo nelle sue mani la propria causa: ci era logico non solo perch le difese di Corrado erano state assunte dal sovrano francese - cio dal naturale avversario, nonostante una recente e apparente riappacificazione tra i due - ma anche perch i Lusignano erano, per i loro feudi nel Poitou, vassalli della corona inglese.
Sotto le mura di Acri s'erano dati convegno anche molti italiani: pisani, genovesi e veneziani naturalmente, dati gli interessi che le citt marinare avevano in Terrasanta (pare ci fosse anche un gruppo di amalfitani); ma altres genovesi, bolognesi, parmensi, veronesi, cremonesi, bresciani, fiorentini, pistoiesi.
C'era purtroppo un solo grande assente: il pi atteso, uno dei primi a partire, colui che forse avrebbe potuto, col suo solo prestigio, mettere ordine nel confuso e discorde esercito crociato. L'imperatore Federico.
Federico di Svevia aveva partecipato da giovane alla seconda crociata, al seguito dello zio Corrado terzo re di Germania. Da allora, Gerusalemme gli era rimasta nel cuore: e di una nuova spedizione crociata gli era capitato pi volte di parlare da quando nel 1152 era divenuto imperatore romano-germanico. L'idea della difesa di Gerusalemme, e quindi del dovere di guidare la crociata, era parte fondamentale del concetto che Federico primo aveva del potere imperiale. In un testo teatrale scritto al suo tempo e certamente a lui riferito, il Ludus de Antichristo ("Lo spettacolo dell'Anticristo"), l'imperatore si reca in pellegrinaggio armato a Gerusalemme, depone sulla pietra del Sepolcro le insegne del suo potere sovrano e lotta poi con l'Anticristo, anticipando cos la fine del mondo e il giudizio universale.
Federico era stato commosso da un ardente sermone pronunziato nel dicembre del 1187 dal vescovo Enrico di Strasburgo; avrebbe voluto partir subito per la Terrasanta ma dovette attendere qualche mese per sistemare le non semplici faccende interne dell'impero.
Finalmente, il 27 marzo 1188, convoc una Curia Jesu, un "consiglio di corte di Ges": voleva con ci significare che non lui, bens il Cristo stesso avrebbe presieduto la seduta. Era la quarta domenica di Quaresima, quella in cui la messa inizia con Laetare, Jerusalem ("Rallegrati, Gerusalemme!").
In quella circostanza si prese la croce e si stabil che la data della partenza delle milizie crociate imperiali sarebbe stata il giorno di san Giorgio, 23 aprile, dell'anno successivo.  il caso di dirlo: puntualit germanica.
Un anno dopo, l'esercito era pronto a Rati-sbona. Pochi giorni bastarono a organizzare la marcia: l'11 maggio si era gi per via, dopo aver inviato araldi agli ungheresi, ai serbi, ai bizantini e al sultano turco selgiuchide di Iconio per avvisare che le truppe imperiali sarebbero passate per i loro territori. La rotta era quindi stata stabilita con cura e precisione: si sarebbe passati per i Balcani, seguendo una strada che l'imperatore conosceva per averla gi percorsa una quarantina d'anni prima, al tempo della seconda crociata; poi per, a differenza di quel che si era fatto allora, non si sarebbe presa la via del mare da Costantinopoli ma si sarebbe attraversata la penisola anatolica, come avevano fatto i crociati nel 1097-98. La via di terra venne scelta forse perch dalla Germania la si riteneva la pi spedita, o perch organizzare una flotta era a quel tempo molto lento e costoso, o perch non ci si fidava n delle navi, n dei marinari (in effetti, la navigazione marittima avrebbe cominciato a esser pi comoda e sicura solo a partire da met Duecento).
Quanti uomini avesse con s Federico  impossibile dire. Si sono fatte cifre azzardate, fino a parecchie decine di migliaia di persone: ma ai diecimila circa si doveva arrivare, ed era un'armata per allora imponente. La disciplina era ferrea; ma appena ci s'inoltr in Serbia, nel territorio bizantino, gli attacchi di briganti e altre forme di ostacolo all'avanzata si fecero ossessivi. Circolava tra i tedeschi la notizia che l'imperatore di Costantinopoli Isacco Angelo si fosse impegnato col Saladino a far di tutto per impedire ai crociati imperiali di giungere in Terrasanta: e un accordo del genere, in effetti, c'era. Isacco intendeva inoltre impedire a ogni costo che l'armata entrasse nella sua capitale: e fu perci che - dopo trattative cos penose da indurre Federico a pensar sul serio a chieder l'aiuto delle citt marinare italiane e assalire Costantinopoli - alla fine i bizantini si decisero ad accordare ai crociati una flotta, che li trasport dalla costa europea a quella asiatica dei Dardanelli. Era la fine del marzo 1190.
La traversata dell'Anatolia fu dura ma costellata di successi militari. Iconio fu conquistata il 18 maggio e alla fine di quel mese si raggiunse Karaman, ai confini della cristiana Cilicia armena. Si parava ora, dinanzi ai pellegrini armati, la Cilicia ricca di montagne, di gole, di fiumi profondi e impetuosi. Il 10 giugno si arriv sulle rive di quello che i turchi chiamavano Goksu, gli arabi Salef. Non si sa bene che cosa sia accaduto.
Forse l'imperatore, accaldato e - nonostante la robusta fibra - circa settantenne, volle prendere un bagno e l'acqua troppo fredda gli provoc un infarto; forse scese nelle acque appesantito dalle armi e i gorghi lo trascinarono a fondo. Alla morte del sovrano molti tedeschi decisero di tornare indietro; chi volle tener fede al suo voto crociato s'incammin invece, con Federico di Svevia figlio del Barbarossa, verso Antiochia e Tiro. Spar di scena cos, annegato, l'uomo il cui approssimarsi aveva fatto tremare il Saladino.
L'assedio di San Giovanni d'Acri  uno degli eventi che definiscono - almeno letterariamente - i valori del Medioevo nell'immaginario collettivo europeo. Forse fu solo perch dur talmente a lungo che i crociati europei ebbero il tempo di avvicendarsi, giungendo da ogni contea del continente, cos che le memorie di quelli che vi morirono o che ne tornarono vittoriosi si stratificarono nelle tradizioni degli occidentali, divenendo leggenda. La ripresa di Acri ebbe probabilmente l'effetto di concedere al regno di Gerusalemme - in quel momento privo della sua capitale - quasi esattamente un altro secolo di vita. Non a caso anche l'ultimo atto della presenza cristiana in Palestina, nel 1291, sarebbe stato la caduta di quella stessa citt. Ecco tre episodi dal racconto di Baha 'ai-Din delle ultime fasi dell'assedio: l'arrivo dei due re cristiani e la caduta della citt:
"L'esercito del nemico prometteva prossima ai nostri esploratori e avamposti la venuta del re di Francia, gran personaggio riverito, che avrebbe assunto il comando supremo, in quanto a lui obbedivano tutti gli eserciti. E tanto ne promisero l'arrivo che in realt arriv, con sei navi che trasportavano lui e i suoi approvvigionamenti, i cavalli occorrenti, e i suoi pi intimi compagni. Il suo arrivo fu il sabato 23 rabi' primo 587 (20 aprile 1191). Egli aveva portato con s dal suo paese un enorme falcone bianco di una specie rara, di cui mai vidi il pi bello.
Il re lo aveva caro e gli era fortemente affezionato. Ora questo gli sfugg di mano e vol via; egli lo richiamava, e quello non gli rispondeva, finch scese sulle mura di Acri, dove i nostri lo presero e lo mandarono al Sultano. Il suo arrivo dette gran gioia, e la sua cattura fu lieto presagio di vittoria per i musulmani. I franchi offrirono mille dinar per riscattarlo, ma l'offerta non fu accolta";
"Il re d'Inghilterra era uomo assai potente fra loro, di gran coraggio e alto animo. Aveva combattuto grandi battaglie, e aveva uno speciale ardire in guerra. Inferiore al re di Francia per regno e grado, gli era per superiore per ricchezza, e pi famoso e prode in battaglia. Si sa di lui che giunto all'isola di Cipro, non volle procedere oltre finch non fosse stata sua. Il sabato tredici giumada primo (8 giugno 1191) il re d'Inghilterra arriv, dopo essersi impadronito di quell'isola. Il suo arrivo fece un'enorme impressione: arriv con venticinque galere piene d'uomini, armi e apparecchi, e i franchi dettero gran segni di gioia, tanto da accendere quella notte dei gran fuochi nelle loro tende. Questi fuochi erano impressionanti, di proporzioni tali da dimostrare l'immenso loro apparecchio";
"I musulmani videro gli stendardi e le croci, i segni e i fuochi del nemico levarsi dalle mura della piazza: era il mezzogiorno del venerd diciassette giumada secondo del 587 (12 luglio 1191). I franchi alzarono tutti un sol grido, e grave fu il colpo per i musulmani, e grande la loro afflizione: tutto il nostro campo risuon di grida e lamenti, pianti e singhiozzi. Il marchese (Corrado del Monferrato, N.d.A.) entr in citt con gli stendardi dei due re, e ne piant uno sulla cittadella, uno sul minareto della moschea maggiore, di venerd, uno sulla torre dei Templari e uno su quella del Combattimento, sostituendoli ovunque agli stendardi dell'Islam. I musulmani furono tutti relegati in un quartiere della citt".
Acri fu assegnata temporaneamente ai due sovrani europei, ai quali si affid altres il compito di formulare un arbitrato per decidere a chi spettasse la corona gerosolimitana.
Il 28 agosto fu emesso la sentenza. Si stabil che a Guido sarebbe stata conservata la corona fino alla morte, dopo di che essa sarebbe passata a Isabella e a Corrado o ai loro successori. Il regno di Gerusalemme - ormai ridotto alla striscia delle citt costiere, relativamente facile da conservare grazie all'aiuto delle citt marinare italiane - sarebbe stato diviso tra i due partiti: a sud, Giaffa e Ascalona sarebbero andate a Goffredo di Lusignano, fratello di Guido; a nord, Tiro, Sidone, Beirut, e la met di Acri assegnata al re di Francia sarebbero spettate invece a Corrado. All'indomani di questa decisione Filippo Augusto, preoccupato di quel che sarebbe potuto avvenire in Francia durante la sua assenza, lasciava il teatro della crociata (ma un contingente francese rimase). Da allora in poi la crociata fu portata avanti dal solo Riccardo. Splendido guerriero (l'epiteto "Cuor di Leone" non  gratuito), il re d'Inghilterra era per un mediocre capo militare e un cattivo politico: la sua indole passionale e irascibile lo portava a continui accessi d'ira alternati a crisi di sconforto. Aveva fatto voto di riconquistare Gerusalemme e - nonostante avesse motivo di preoccuparsi per quel che in sua assenza poteva capitare in Inghilterra - non intendeva venir meno al sacro impegno. Cerc di negoziare col Saladino per riuscire a recuperare la reliquia della Santa Croce in cambio dei prigionieri saraceni presi ad Acri, ma la trattativa si protraeva e in una selvaggia esplosione d'ira fece senza una vera ragione sgozzare tutti quegli sventurati (erano duemilasettecento): l'esercito musulmano assist impotente alla scena, che si svolse quasi sotto i suoi accampamenti.
Quindi, alla fine d'agosto, decise di muoversi da Acri verso Giaffa costeggiando il litorale e da l penetrare nell'interno e assalire Gerusalemme. Vi furono scaramucce di poco conto con i musulmani, alternate alle solite inconcludenti trattative (si disse addirittura che aveva proposto la sorella Giovanna in moglie al sultano). Tra continue decisioni istericamente prese e non meno continui ripensamenti, il re d'Inghlterra pass vari mesi marciando su Gerusalemme, poi ripiegando su Giaffa, poi dirigendosi verso Ascalona. Unico vero e proprio risultato di quell'andirivieni fu che i crociati poterono attestarsi con sicurezza nel porto di Giaffa.
Nel frattempo il marchese del Monferrato pensava solamente a rafforzare il suo dominio personale. Corrado voleva ancora il trono? Oppure, da politico accorto qual'era, aveva ormai compreso che era meglio assicurarsi un piccolo Stato forte e saldo, visto che Gerusalemme era perduta per sempre e il regno era divenuto un vacuo nome? La seconda ipotesi  la pi probabile; le trattative col Saladino, iniziate gi fin dal settembre 1191 - come testimonia Baha 'ai-Din - sono il chiaro segno che Corrado, abbandonata ogni politica di crociata, pensava a fondare su solide basi il suo stato franco-siriaco; in lui, come avrebbe detto il Grousset, lo "spirito coloniale" aveva trionfato sullo "spirito crociato". Del resto, questa era l'unica soluzione che gli si presentava: l'ambiente cristiano ruotante attorno a Riccardo gli era del tutto ostile, e il re stesso era infido nei suoi confronti. Egli chiese allora al Saladino Sidone e Beirut, offrendo in cambio la rottura completa con i crociati e il suo aiuto per facilitare ai musulmani la riconquista di Acri.
Il 2 ottobre un inviato del Saladino present a Corrado le condizioni del suo principe: egli avrebbe dovuto dichiarare guerra ai cristiani, liberare i musulmani che teneva ancora prigionieri in Tiro e prendere Acri; in cambio gli sarebbero state subito date le citt che egli chiedeva. Riccardo, allora in marcia verso Ascalona, seppe delle intenzioni di Corrado e pare tornasse precipitosamente ad Acri e cercasse di indurlo a non abbandonarlo. Ma al tempo stesso anche Riccardo mand dei messi al sultano con vaghe proposte per una "pace dei coraggiosi".
Il Saladino rimise la scelta -  sempre Baha 'ai-Din a testimoniarlo - al consiglio degli emiri, che il 10 novembre deliber che si dovesse scegliere la sicura pace col re piuttosto che la subdola alleanza con "al-Marqis", che fino ad allora era stato il primo nemico dell'Islam.
Presto per le trattative fallirono e l'inglese ricominci a far la sua guerra, sempre vincitore e sempre incapace - incostante e impulsivo com'era - d'approfittare con senno politico delle vittorie militari. Ai primi del 1192 era a un giorno di cammino da Gerusalemme quando torn improvvisamente a Ramia, dove ancora si trovava a met gennaio. Del suo esercito non gli era rimasta che l'ombra: il resto era stato decimato dalle incessanti battaglie, mentre molti erano riparati a Tiro per sottrarsi ai pericoli d'una guerra che sembrava senza via d'uscita. Dall'Itinerarium si apprende che Corrado faceva condurre nell'esercito crociato una vera e propria campagna per la diserzione, che affascin anche Ugo di Borgogna il quale doveva pur sempre sentirsi legato al sire del Monferrato, l'amico dei francesi e dei genovesi.
A capo ormai d'un pugno di armati, Riccardo tent l'ardua manovra di puntare su Ascalona, che il Saladino aveva distrutto affinch non fosse pi un punto d'appoggio per gli infedeli, e che egli voleva far risorgere. A tale scopo richiam i disertori e invit lo stesso Corrado ad associarsi all'impresa; questi rispose che l'avrebbe fatto solo dopo un abboccamento diretto con il re. Mentre Riccardo nel febbraio si preparava a incontrarsi col marchese, i frutti della sottile tela politica lentamente tessuta da quest'ultimo maturavano: Ugo di Borgogna scopriva la sua alleanza col Monferrato marciando su Acri, dove nel frattempo i genovesi si dichiararono pronti ad aprire le porte a lui e a Corrado; ma i pisani - "virtute sua confisi et causa meliore", dice l'Itinerarium - insorsero, scesero per le strade a contesa con i loro avversari liguri e chiusero le porte della citt in faccia a Ugo di Borgogna e allo stesso Corrado, che era giunto precipitosamente ad Acri con una flotta. L'arrivo di Riccardo pose pace tra i contendenti, mentre Ugo e Corrado si ritiravano in Tiro. Nonostante i fatti di Acri confermassero quanto poco ci si potesse fidare di Corrado, Riccardo ne aveva troppo bisogno per continuare la crociata e lo invit a un nuovo colloquio in una localit chiamata Casale Imberti (oggi Achzib o Ezzib) poche miglia a nord di Acri; ma le trattative furono inutili, sia per la scarsa sensibilit diplomatica dell'inglese, sia per la ben calcolata inflessibilit dell'altro. Riccardo non seppe fare di meglio che negare al marchese del Monferrato ogni diritto e sussidio che gli spettavano nel regno per gli accordi dell'anno precedente; Corrado rispose mettendo in moto tutte le sue relazioni e facendo scoppiare una specie di rivolta che costrinse il re a starsene chiuso in Acri dall'indomani del mercoled delle Ceneri (20 febbraio) fino al 31 marzo.
Soltanto col Saladino, col quale non aveva praticamente mai cessato di trattare, l'acume di Corrado non riusc ad aver partita vinta: a una nuova ambasceria del 20 marzo il Saraceno rispose accettando la sua alleanza - e ci contro il parere degli emiri - a patto per che il marchese dichiarasse prima guerra ai cristiani. La situazione di Riccardo sollev Corrado da questa difficolt. Il 31 marzo il re aveva potuto marciare nuovamente su Ascalona, ma la propaganda del sire del Monferrato e i disagi stessi della guerra avevano ridotto agli estremi il suo esercito ed esaurito la pazienza dei suoi pi diretti collaboratori.
L'Itinerarium dice che nel giorno immediatamente successivo a quello della ripresa delle operazioni ben settecento armati si erano congedati ed erano corsi a Tiro.
Nel frattempo il re aveva ricevuto sfavorevoli notizie dall'Inghilterra e aveva compreso di essere praticamente in quello che i francesi, con espressione cruda ma efficace, definiscono un cul-de-sac: doveva tornare in Europa e i suoi sforzi militari in Asia non erano approdati a niente, perch la Terrasanta non si poteva pi reggere con qualche crociata organizzata episodicamente, ma solo trovando un organico modus vivendi con i musulmani.
Riccardo convoc allora il consiglio dei baroni franco-siriaci e comunic loro che doveva tornare in Inghilterra, ma che avrebbe lasciato loro un esercito di trecento cavalieri e duemila fanti: ci significava confermare praticamente il fallimento della sua politica di guerra. L'aiuto che offriva era irrisorio, specie se si pensa che lasciava in Terrasanta un re inetto come Guido di Lusignano. I baroni chiesero quindi, nella persona di Corrado, un re pi valoroso e pi adatto a misurarsi col Saladino. Riccardo, dopo aver tristemente riprovata la loro incostanza, non pot far altro che inviare a Tiro un'ambasceria, guidata da Enrico di Champagne, che portasse al sire del Monferrato l'annunzio tanto desiderato: sarebbe stato re.
Per Guido, il Cuor di Leone aveva in serbo la sovranit dell'isola di Cipro, che i templari non avevano intenzione di tener in signoria.
Intanto il Saladino, stretto anch'egli da avvenimenti interni al suo dominio, aveva necessit di assicurarsi le spalle con Corrado e aveva per questo accettato di stipulare con lui un trattato di pace: ma il 24 aprile, quando i messi giunsero a Tiro per farlo ratificare a Corrado, appresero che quest'ultimo era nel frattempo divenuto re di Gerusalemme (cio di quel poco che del regno rimaneva) e che in cambio di questo titolo aveva accettato, almeno formalmente, di rinnovare la guerra contro i saraceni.
Poi, d'un tratto, il colpo di scena. Corrado, tre giorni dopo, moriva assassinato.




Capitolo Nono
UN GIALLO IN TERRASANTA

Gli inviati del re d'Inghilterra e dei baroni franco-siriaci erano appena tornati ad Acri quando li raggiunse la notizia che il 28 aprile 1192 Corrado del Monferrato, mentre stava tornando da un convito offerto dal vescovo di Beauvais, era stato ucciso a colpi di pugnale da due sicari della setta degli Assassini. Il suo corpo fu deposto nella Casa degli ospitalieri (o, secondo altri, nella chiesa di Santa Croce), mentre la tortura riusciva a strappare ai due fanatici (che a quanto pare si erano falsamente convertiti al Cristianesimo per entrare al servizio di Corrado) soltanto poche confessioni fumose e contraddittorie. Imad ad-Din riferisce - e Sicardo d la stessa versione - che alla domanda chi li avesse incaricati del delitto, essi avrebbero risposto: "Il re d'Inghilterra".
C' una profonda ironia nella vicenda di Corrado del Monferrato, l'avventuriero ben nato che aveva vagato per il Mediterraneo in cerca di fortuna e avventura, e che era forse l'uomo che pi meritava di diventare re al posto di Guido: e cos fu, ma solo per qualche giorno. Quando c' un delitto, di solito c' un movente; se il delitto  politico, esiste anche un mandante. Di moventi, Corrado ne aveva provocati fin troppi: e i potenziali mandanti potrebbero quindi esser parecchi. Verrebbe da pensare che se il conte fu assassinato subito dopo essere riuscito a diventare re di Gerusalemme, vuol dire che proprio quello fu il motivo che port il mandante - chiunque fosse - a ricorrere a misure estreme. I sicari scellerati della setta terrorista del "Vecchio della Montagna" lo avevano tolto di mezzo prima che lo si potesse incoronare.
Ma chi erano esattamente costoro? La storia della "setta degli Assassini" - ridotta al minimo essenziale -  presto detta. Nell'undicesimo secolo un musulmano sciita, Hasan as-Sabah, seguace di una dottrina iniziatica (i princpi della quale vengono cio rivelati solo ai discepoli, i quali ne apprendono il senso attraverso un insegnamento segreto) detta batin, il centro della quale  l'idea che il Corano abbia un senso nascosto, inaccessibile ai pi, fond un movimento i cui adepti si definivano fidawiyyin ("i pronti a sacrificarsi per la causa") ma che erano pi noti come hashishiyya, cio "dediti all'hashish".
Inebriati dal fumo della Cannabis sativa, i membri della setta uccidevano i nemici - soprattutto i dignitari dell'Islam sunnita - e si davano poi la morte, certi che il Paradiso di Allah li attendesse.
Verso il 1090 il fondatore della setta occup una rocca nel Khorasan (Persia orientale), detta "il castello di Alamut"; da l partivano gli ordini per i delitti che si compivano in tutto l'Islam.
Nel corso del dodicesimo secolo la setta riusc a organizzare un sistema di roccaforti imprendibili, situate in luoghi montani: si stabil cos una catena di fortezze che dalla Persia giungevano fino alla Siria. Il "maestro" degli hashishiyya siriani al tempo del Saladino era Rashid ad-Din Sinan, detto lo sheyk al-Giabal (il "Vecchio della Montagna"), il quale ebbe rapporti abbastanza stretti con alcuni principi crociati e con i templari. La sua figura ebbe straordinaria fortuna letteraria: ne parlarono il Novellino, Marco Polo e molti poeti cortesi. La setta venne infine distrutta dai mongoli verso la met del dodicesimoI secolo.
Tuttavia gli ismaeliti sopravvivono ancora, confinati nella valle dello Humza, un affluente dell'Indo ( la leggendaria Vallata di Shangri-la, dov' custodito il segreto dell'eterna giovinezza). Loro capo  l'Agha Khan. Ma i mandanti del delitto, chi potevano essere?
I Lusignano, anzitutto. L'intera potente famiglia feudale lo odiava, non solo Guido. E doveva detestarlo anche Onfredo di Toron, che pure appare cos dimesso e schivo. Gli avevano tolto la moglie e con essa i diritti al trono, lo avevano trattato da incapace e da impotente. Certo, era un debole: ma i deboli sono vendicativi, e sanno essere crudeli.
Per quel che ne sappiamo, Corrado non aveva problemi diretti con il "Vecchio della Montagna": ma ci significa poco, dal momento che  noto come la setta organizzasse anche assassinii su commissione, se in ci scorgeva un suo tornaconto.
Il corpo di colui che per pochissimo tempo era stato re designato fu composto nella Casa degli ospitalieri (o nella chiesa della Santa Croce); intanto i due pugnalatori - che pare si fossero falsamente convertiti al Cristianesimo per entrare al servizio di Corrado, il che implicherebbe per che la trama era stata ordita da un po' di tempo - furono messi alla tortura e confessarono che il mandante del delitto era il re d'Inghilterra. O meglio: due tra le nostre fonti sostengono che essi confessarono ci.
Ma sono l'una la cronaca di Sicardo di Cremona, che pu aver raccolto la notizia da ambienti vicini a Corrado e ostili al Cuor di Leone; l'altra Imad ad-Din, katib (cio "scrivano" e "segretario privato") del Saladino e suo fedelissimo, che non amava gli Assassini e aveva tutto l'interesse a stornare dal suo signore i sospetti di essersi abbassato a ordinare un vile omicidio.
Le fonti inglesi, naturalmente, s'ingegnano d'incolpare del delitto il "Vecchio della Montagna" e quindi di scagionare il loro re. Ma qualcuno ha fatto notare che Riccardo teneva rapporti stretti con i templari, e questi a loro volta con la setta: non avrebbe potuto essere quindi uno dei monaci-cavalieri dal bianco mantello rossocrociato a trattare con il "Vecchio" la morte di Corrado? L'ipotesi  ingegnosa, ma non regge: anche perch riposa sulla convinzione romantica che tra templari e Assassini vi fossero chiss quali occulti legami. Ma quel che di positivo si sa sulla questione non consente ipotesi azzardate. Certo, Riccardo approfitt del delitto per segnare un nuovo punto a suo favore, organizzando un terzo matrimonio per Isabella: quello con Enrico conte di Champagne, che gli era favorevole, e che avrebbe governato il regno fino al 1197.
Ma la Terrasanta aveva pur bisogno d'una guida, e la scelta di Enrico era opportuna. Significa infine qualcosa il fatto che il Cuor di Leone, di ritorno dalla crociata, fosse fatto prigioniero da Leopoldo d'Austria, che era stato all'assedio di Acri, che era cugino di Corrado e che odiava il re d'Inghilterra? L'accusa che motiv l'arresto di Riccardo fu proprio l'assassinio di Corrado: ma s'ignora se si trattasse di un'accusa pretestuosa e se chi la formulava disponesse di prove concrete.
Il punto  stabilire se il re d'Inghilterra avrebbe tratto qualche vantaggio dalla morte del marchese del Monferrato. Se dopo di essa egli avesse provato a riproporre il suo protetto Guido di Lusignano quale re di Gerusalemme, i sospetti avrebbero un senso.
Ma ci non accadde: ci si domanda allora quale senso avrebbe potuto avere la decisione di far uccidere colui che si era accettato appena due settimane prima, sia pure con poco entusiasmo, quale re designato.
C' anche chi sostiene che il mandante fu il Saladino. Un grande storico arabo non ha dubbi: a far uccidere Corrado fu il sultano. Ma quello storico  Ibn al-Athir, un nostalgico della dinastia zenqide che non amava affatto il sultano curdo.
Certo: Imad ad-Din e Sicardo di Cremona testimoniano che i due sicari avevano accusato il re d'Inghilterra. Ma chi ci assicura che fossero davvero Assassini? E se lo erano, come dimenticare quel che ben sappiamo, cio che di solito gli adepti della setta accusavano dei loro delitti degli innocenti, in modo da seminare inimicizie e confusione?  comunque verosimile che il Saladino, se avesse voluto commettere un omicidio politico, si sarebbe rivolto al "Vecchio della Montagna"? Sappiamo che tra il sultano sunnita e gli Assassini ismailiti non correva buon sangue: ma i dissapori erano roba vecchia, e poi resta il fatto che la morte di Corrado, eliminando dal regno di Gerusalemme l'unica figura capace di governarlo energicamente, faceva il gioco del Saladino. Se non a confermare i sospetti, quanto meno a dar loro una qualche forma concreta gioca una fonte scoperta e pubblicata nel diciannovesimo secolo, quella dell'ismailita Abu-Firas il quale - per la verit un po' tardi, nella prima met del Trecento - raccolse le leggende relative a Rashid ad-Din Sinan, "Maestro" o meglio "Vecchio" e "Signore" (sheik) della setta ai tempi, appunto, del Saladino. Questa fonte ci informa del fatto che, dopo la conquista di Acri da parte del Saladino, vi fu un "re" cristiano valoroso che la riconquist. Allora Sinan scelse due mebri della setta esperti nella lingua franca, li invi presso quello ed essi, uccisolo nel sonno, recarono poi al sultano curdo la sua testa, la sua spada e la sua cintura.
Questa narrazione pu aver un certo valore, nonostante sia tardiva, in quanto proviene da uno scritto favorevole agli Assassini e non suscettibile quindi di falsare la verit per far apparire colpevole il "Vecchio della Montagna"; essa potrebbe per essere portatrice, magari involontaria, di voci tendenti a mettere in cattiva luce il Saladino.
Non si possono comunque passar sotto silenzio le senza dubbio partigiane, ma molto sensate considerazioni di Imad ad-Din. Perch mai il suo signore avrebbe avuto interesse alla morte di Corrado? Certo, questi era uno splendido guerriero e un politico abile, in grado di tener testa al sultano e di catalizzare le resistenze crociate. Ma la sua presenza era un continuo fattore di instabilit nella compagine cristiana ed era ostacolo all'azione dell'unico vero grande pericolo per l'Islam nel momento nel quale il delitto avvenne: Riccardo Cuor di Leone. Perch mai il Saladino avrebbe dovuto liberare quest'ultimo dall'antagonista? Certo, il delitto era avvenuto poco tempo dopo l'annunzio che Riccardo si era adattato a veder Corrado sul trono: ma - appunto - il tempo trascorso tra tale annunzio e il delitto era troppo poco perch si potesse pensare a qualcosa di premeditato.
Se pu aver un qualche significato, infine, bisogna notare che le fonti occidentali che parlano del delitto si dividono fra quelle che ne accusano la setta degli Assassini e quelle che incolpano invece Riccardo d'Inghilterra. Nessuna fa il nome del Saladino.  perch avevano modo di escludere la responsabilit di quest'ultimo o era piuttosto un precoce affermarsi della "leggenda cavalleresca", nel nome della quale ci si rifiutava di ipotizzare che il nobile sultano fosse capace d'un'azione tanto bassa come un assassinio su commissione?




Capitolo Decimo
LA STORIA FINISCE, LA STORIA  INFINITA

Non bisogna esagerare nel sostenere - come si fa di solito - che Riccardo era un grande guerriero ma uno stratega confuso.  vero: la sua condotta della crociata ha lasciato interdetti: si  parlato di confusione e d'improvvisazione, di mosse avventate e di scelte crudeli.
Lo abbiamo fatto anche noi. La storia, per, non finisce mai: i fatti sono quelli, e una volta accaduti non li cambia nessuno. Cambiano per le sensibilit, le possibilit d'interpretarli, i metodi d'interpretazione; quando non si scopra addirittura, alla luce di nuovi documenti, che le cose stanno obiettivamente in un modo diverso da come si era creduto. Prendiamo ad esempio la campagna del 1191-92 tra Ramla, Giaffa e Ascalona. Forse Riccardo avrebbe potuto anche prenderla, Gerusalemme: invece si affann a rafforzare le fortificazioni della costa e a mantener sicure le vie di collegamento. Indecisione? O scelta oculata anche se impopolare, dato che riconquistar Gerusalemme senza assicurarsi il controllo del territorio non sarebbe servito a niente? E perch poi tanta attenzione per il porto meridionale di Ascalona? Che pensasse a un attacco contro l'Egitto? Certo, l'obiettivo egiziano era una vecchia utopia crociata: e nel Due-Trecento sarebbe divenuto il centro di velleit di riconquista rivelatesi una per una illusorie.
Ma, in quel momento, avrebbe spiazzato il Saladino che aveva impostato esclusivamente sulla Siria la sua campagna contro i crociati.
Anche il Riccardo diplomatico andrebbe forse rivalutato. La sua scelta di far sposare Isabella, divorziata da Onfredo di Toron e vedova di Corrado del Monferrato alla quale continuavano tuttavia a spettare i diritti di successione alla corona di Gerusalemme, a Enrico di Champagne non era un ripiego; e Enrico non era un qualunque "suo" uomo. Era figlio, dopotutto, di Maria di Champagne - la grande protettrice del romanziere Chrtien de Troyes, il primo a narrare le storie del Graal -, a sua volta nata dal primo matrimonio di Eleonora d'Aquitania con Luigi settimo re di Francia. Maria era dunque sorellastra di Riccardo; ed Enrico era quindi l'uomo che poteva conciliare, sul suolo della Terrasanta, gli interessi francesi con quelli inglesi.
Il re d'Inghilterra continu dunque a combattere con il Saladino. Si assicur il possesso di Ascalona ma verso la met d'agosto cadde ammalato, mentre le notizie che riceveva dall'Europa lo preoccupavano sempre di pi. Il 2 settembre, i suoi rappresentanti firmarono col sultano una tregua di tre anni e otto mesi: vi si stipulava che i crociati avrebbero mantenuto il controllo della costa fra Tiro e Giaffa ma che Ascalona avrebbe dovuto essere restituita ai saraceni, previa demolizione delle sue mura. Cristiani e musulmani avrebbero avuto il diritto, durante la tregua, di circolare liberamente: molti crociati giunti in Terrasanta dopo l'ottobre del 1187 ne approfittarono per completare, con una visita a Gerusalemme, il loro pellegrinaggio. Non si poteva, per il momento, fare di pi. Il 9 ottobre Riccardo Cuor di Leone s'imbarcava da Acri alla volta dell'Europa, dove lo aspettavano lunghi mesi di prigionia tedesca e poi ancora cinque anni di vita, di battaglie e di regno dal 1194 al 1199. Forse non era il romantico monarca immaginato da Walter Scott, ma neppure l'omosessuale nevrotico d'un'immagine pi recente, nevrotica semmai essa, che si  tentato di accreditare come la pi vera e definitiva.
Enrico di Champagne, appena insediato, riprese la politica di pace e di distensione ch'era stata propria di molti principi crociati: e non necessariamente dei pi vili, anche se non dei pi temerari.
Anch'egli doveva aver imparato ad amare quella terra di pietre e di rari ciuffi d'oasi; e forse la vicinanza d'Isabella, figlia di una principessa bizantina e di un re crociato che aveva sognato di conquistar l'Egitto, lo aveva aiutato a comprender qualcosa di pi di quel mondo misterioso e struggente. Si dice che uno dei primi atti del nuovo re nominale di Gerusalemme fu di chiedere in dono al sultano una veste d'onore musulmana, composta da qab (un ampio mantello aperto sul davanti) e shar-bush (un alto berretto a punta).
Da parte sua, il Saladino cominciava ad addentrarsi nel suo cinquantacinquesimo armo di et: era uomo, per i suoi tempi, pi che maturo. Una vita spesa tra le battaglie e le cure del governo, tra i viaggi e le insidie, lo aveva spossato. Era da circa un quarto di secolo ch'egli faceva incessantemente la spola tra le sue due capitali del Cairo e di Damasco, ora attraverso il deserto e il Sinai, ora via mare. Anche il suo esercito di aradi e di turchi, di curdi e di mamelucchi era ormai stanco.
La tregua con re Riccardo, firmata il 2 settembre, del 1192, gli era stata quasi estorta dalle truppe che non ne potevano pi. Gerusalemme era stata riconquistata, la continuit territoriale tra Siria-Palestina e l'Egitto assicurata, i principati cristiani dei franchi ridotti a una sottile striscia costiera.
Forse sarebbe stato un meraviglioso principe di pace. Avrebbe fondato citt e biblioteche, ampliato strade e porti, emanato sagge leggi che avrebbero migliorato i commerci e il vivere civile. Aveva invece speso la vita sui campi di battaglia. Gli sarebbe piaciuto anche studiare, conversare pacatamente con sufi e imam, approfondire la conoscenza della Sharia, la legge coranica. Nell'inverno tra 1192 e 1193 il sultano si rec a Gerusalemme, poi fece un lungo giro per le fortificazioni siropalestinesi e torn a Damasco. In febbraio, accolse benevolmente le carovane di ritorno dallo haj, il "pellegrinaggio" della Mecca. Non aveva mai fatto lo haj; non aveva mai avuto la consolazione di pregare nel recinto della sacra Kaaba. Sembr un segno del destino: ma la sera stessa del giorno nel quale aveva ricevuto i pellegrini, fu colto da una febbre che non si fu in grado di arrestare. Mor il 4 marzo del 1193, "solo esempio di morte di un re pianto sinceramente dal suo popolo", dice Abd al-Latil.
"Prima di morire scrisse ai figli, raccomandando loro la pace e la concordia. Troppo sangue era stato versato." Cos dice del Saladino lo storico Bah ad-Din, ch'era quasi suo coetaneo, era entrato al suo servizio nel 1188, era stato qadi ("giudice") nell'esercito ed era destinato a sopravvivergli un quarantennio: "Quanto al pellegrinaggio, aveva sempre desiderato e avuto l'intenzione di compierlo, specialmente l'anno in cui mor. Aveva allora ribadito la sua decisione in proposito, e ordinato di fare i preparativi: noi facemmo le provviste di viaggio e non restava che mettersi in marcia, quando ne fu impedito dalla ristrettezza del tempo e dalla mancanza dei mezzi che si addicono ai suoi pari. Egli lo rimand allora all'anno seguente: ma Dio decise altrimenti".
Mor povero, perch aveva lasciato ai poveri tutto quel che possedeva.
Il Saladino aveva avuto tre figli: e non era ancora disceso nella tomba che essi si posero al lavoro per dividersi il suo impero. Ma, nel diritto musulmano, non contano solo i figli: hanno cospicui diritti anche gli altri parenti, a cominciare dai nipoti (nel senso dei figli dei fratelli). Dei figli del gran sultano, al-Zahir prese Aleppo - nella quale gli Ayyubidi avrebbero regnato fino al 1261 -, al-Afdal Damasco e al-Aziz l'Egitto.
Un fratello del Saladino, Tughtekin, regn sullo Yemen; un altro, al-Adil, su un'ampia area che dalla Jezira e dall'Anatolia orientale giungeva sino a Kerak in Transgiordania.
Ma altri parenti s'impadronirono di territori diversi, frammentandoli.
Appena un anno dopo la morte del sultano, le truppe di al-Aziz assediavano Damasco tenuta da al-Afdal. S'impose allora al-Adil, fratello del Saladino e quindi zio dei contendenti: gli zii hanno, nella famiglia islamica, un ruolo molto importante. Al-Adil si precipit a Damasco, impose ad al-Aziz di rientrare in Egitto e avvi una spartizione della Terrasanta in modo che l'area settentrionale di essa fosse controllata da Damasco e quella meridionale dal Cairo. Dopo una complessa serie di scontri, al-Adil riusc nel 1200 a esser proclamato sultano del Cairo e di Damasco, restaurando l'impero del fratello.
Ma neppure a lui riusc quel che non era riuscito al Saladino: fondare un quadro politico diverso, l'equilibrio del quale si reggesse su un principio differente da quello della spartizione tra i discendenti con le relative lotte.
Mentre la discendenza diretta del Saladino doveva ormai accontentarsi di Aleppo, quella di al-Adil si contendeva Damasco, la Jezira e l'Egitto. Al-Muazzam regn su Damasco; il suo fratello e rivale al-Kamil sull'Egitto, e fu a questi che tocc in sorte dialogare con Francesco d'Assisi e accordarsi con Federico secondo di Svevia. Il potere ayyubide in Egitto sarebbe stato rovesciato soltanto nel 1249, durante una crociata condotta da Luigi nono di Francia: ma non dai crociati, bens da una rivolta dei soliti servi-guerrieri, i mamelucchi, i quali fondarono un sultanato che sarebbe durato pi di due secoli e mezzo e un'aristocrazia militare che il generale Bonaparte, nel 1798, avrebbe trovato ancora al suo posto.
La Siria e l'Egitto sono i due "grandi paesi" del mondo arabo del Vicino Oriente. Fin dalla storia degli antichi imperi egizio e assirobabilonese, essi si contendono la costa del Mar di Levante - le antiche Fenicia e Palestina - che difatti ne risulta variamente influenzata.
Con l'unit imperfetta che l'Islam ha conferito alla regione, arabizzandola culturalmente e linguisticamente a partire dal settimo secolo - anche se le particolarit regionali e locali sono rimaste ben vive -, Siria ed Egitto si sono al tempo stesso avvicinati ma hanno anche acuito la loro capacit concorrenziale.
 straordinario come queste linee di tendenza profonda si siano mantenute nei secoli, talora quasi scomparendo in apparenza, talaltra riaffiorando con forza: anche perch le due capitali, Damasco e Il Cairo, sono rimaste le metropoli economiche, politiche e culturali del Vicino Oriente. Nel 1958 l'Egitto governato da Gamal Abd al Nasser e la Siria del presidente Kuwatli fondarono la Repubblica Araba Unita, il territorio della quale - a parte l'area transgiordanica - corrispondeva pi o meno a quello che tra 1171 e 1193 era stato l'impero del Saladino. In quel periodo, il mondo arabo del Vicino Oriente cercava disperatamente di trovare, se non unit, almeno coesione e concordia d'intenti per ostacolare quello che appariva loro come il comune nemico, lo Stato d'Israele: e, dal momento che Israele occupava pi o meno la stessa estensione di territorio che nel secolo dodicesimo era stata occupata dal regno di Gerusalemme, l'analogia era fin troppo facile. I paesi arabi guardavano a se stessi come al rinnovato impero ayyubide e a Israele come al nuovo regno crociato che sarebbe stato spazzato via al pari dei suo predecessore medievale.
Il Saladino diveniva quindi - lui, un curdo che usava principalmente la lingua turca - il simbolo stesso della redenzione del popolo arabo e dell'unit della patria araba, l'eroe della riscossa contro gli antichi e i nuovi nemici. Ancor oggi, effigi e simboli del grande sultano vengono usati come richiamo politico e patriottico.
 una manipolazione della storia in fondo non pi grave di molte altre: ma che bisogna comprendere per rendersi ben conto di come il passato, talvolta, venga stravolto e frainteso nel tempo stesso in cui lo si richiama e gli si rende omaggio. Perch capire la storia non significa soltanto ricordare e rievocare uomini, date e fatti, bens stabilire fra loro le corrette relazioni e comprenderne gli sviluppi.
Al-Malik an-Nasir Salah ad-Din Yusuf ibn Ayyub dorme ancor oggi in un piccolo oratorio accanto alla splendida moschea omayyade di Damasco. Il suo sepolcro  oggetto di un continuo pellegrinaggio: e non sono pochi i visitatori occidentali che si meravigliano per il fatto che, all'interno dell'oratorio, il Saladino sia onorato da un cenotafio incrostato di pietre dure di tipica lavorazione occidentale.
Si tratta del dono del Kaiser Guglielmo secondo di Germania, il medesimo che viaggi in Oriente nel 1898, e che ai primi del Novecento rivendicava al tempo stesso le glorie crociate dell'Europa cristiana e l'amicizia con il sultano di Istanbul e quindi con l'Islam.
Era un cavalleresco omaggio a un nemico ammirato e rispettato. Ma fino a che punto il Saladino romantico ed esotico immaginato dal Kaiser tedesco si avvicinava alla realt storica? E come si era potuto giungere all'elaborazione cos profonda - se non a un vero e proprio travisamento - del personaggio?
Vi sono tre linee, nella tradizione occidentale della figura del Saladino, che continuamente si intrecciano, s'intersecano e si contraddicono; o che, miscelandosi, s'arricchiscono a vicenda. Esse si potrebbero qualificare attraverso tre parole: il nemico, il cavaliere, il saggio. La prima  naturalmente anche la pi antica e la pi immediata.
Per i suoi contemporanei, per i cristiani latini che attoniti e affranti assistettero alla caduta della Gerusalemme crociata, nel 1187, o ne raccolsero le amplificate testimonianze, Yusuf ibn Ayyub era anzitutto - e letteralmente - il nemico della croce: era lui che aveva catturato la santa reliquia della Vera Croce nella giornata di Hattin e ne aveva fatto oggetto di ludibrio; era lui che aveva fatto rimuovere la croce dorata dalla moschea di Umar.
Dopo Hattin, aveva ucciso di propria mano il prode Rinaldo di Chtillon facendone un martire e aveva permesso il massacro dei cavalieri del Tempio e dell'Ospedale. Il cronista crociato Guglielmo arcivescovo di Tiro lo definiva "superbo tiranno infedele"; Pietro di Blois - l'autore della Passio nella quale Rinaldo di Chtillon era presentato come un martire - si scusava per aver insozzato la pergamena con il suo nome maledetto; Gioacchino da Fiore, monaco calabrese profeticamente ispirato, lo poneva tra i grandi persecutori della Chiesa, accanto ad Erode, a Nerone e a Maometto, tutti prefigurazioni dell'Anticristo.
I tratti oscuri del sultano sono richiamati nel Carmen de Saladino, un poema latino redatto fra il 1187 e i primi del Duecento, e nel romanzo francese Saladino, che si suppone scritto da Jean d'Avesnes. Ma gi qui emerge un elemento che per noi pu esser nuovo, anche se per il mondo medievale - e in special modo quello delle crociate - esso era logico, quasi ovvio: la "demonizzazione del nemico". Che i saraceni si presentassero come mostri, adoratori del demonio, mostri essi stessi, era comune in una tradizione epico-popolare che vedeva lo scontro contro i "pagani" come una sorta di grande esorcismo. Del resto i saraceni, al pari dei diavoli, detestavano la croce (allo stesso modo, ad esempio nelle Mille e una notte, i cristiani sono spesso degli stregoni). Ma arte demoniaca per eccellenza era allora la magia: la quale aveva il vantaggio di poter spiegare anche l'abilit del Saladino in guerra.  importante che questo aspetto della personalit del sultano emergesse proprio in Inghilterra, sulla scia della tradizione relativa a Riccardo Cuor di Leone. In un poema dedicato alle leggende attorno a Riccardo eroe della crociata, si ha l'episodio di un duello - e sappiamo quanto in realt al re d'Inghilterra piacessero i tornei e le sfide - tra lui e il Saladino. Riccardo vi partecipa montando uno splendido destriero, dono del suo avversario: ma il cavallo donato dal Saladino  figlio della cavalla che egli stesso monta, il che d luogo a tutta una serie di vicissitudini che fin dal dodicesimoI secolo erano affrescate in almeno tre stanze che re Enrico terzo possedeva, rispettivamente a Wesminister, a Clarendon e nella Torre di Londra.
Dal Saladino abile tessitore di tranelli al Saladino mago il passo era breve. Lo comp il Boccaccio che in una novella del Decameron, quella di messer Torello (10, 9), ci presenta un Saladino tanto esperto nell'arte magica da trasferire in un volo arcano un cristiano suo amico, casualmente divenuto suo prigioniero in Acri, alla sua patria, in Pavia. Per la verit, chi compie la magia non  il Saladino, bens un suo "nigromante", che spedisce il cavaliere cristiano addormentato dalla Terrasanta all'Italia su un ricchissimo letto, eco forse della leggenda orientale del tappeto volante.
Al Saladino "mago" faceva ancora riferimento indiretto il Boccaccio nell'Amorosa visione, parlando con accenti di meraviglia delle favolose ricchezze da lui ammassate.
Su questa via - e, non a caso, attraverso la letteratura inglese medievale - si arriva dritti a un romanzo dell'Ottocento, Il talismano di Walter Scott, nel quale il Saladino  non solo generoso e magnanimo, bens anche cultore di magia e provetto medico.
Nel filone del "Saladino-mago", un elemento risalta: quello, appunto, della generosit. Esso depura la magia saladiniana da un sottinteso demonico (che peraltro resta sullo sfondo, poich la magia permane arte diabolica) e la proietta semmai in un contesto cortese. Ed  qui che la leggenda del Saladino acquista i suoi contorni pi interessanti e pi ricchi di significato per la cultura occidentale.
Alla base, due dati di fatto. Primo, la necessit di spiegare quanto filo da torcere il sultano aveva dato ai pi grandi sovrani della Cristianit: per salvare la loro immagine, era necessario magnificare la forza, la sagacia, il coraggio dell'avversario. Secondo, l'eco di tratti obiettivamente magnanimi che distinguevano la sua personalit - ne abbiamo visti alcuni - e che, se nel mondo musulmano potevano essere spiegati con la pietas religiosa, in quello cristiano medievale assumevano i tratti della "cortesia".
D'altronde, va ricordato che i crociati impararono molto in Oriente, ma insegnarono anche qualcosa. Ad esempio, sappiamo che i costumi cavallereschi, con i loro rituali guerrieri ispirati alla lealt e al rispetto per il nemico valoroso, attrassero molto bizantini e musulmani proprio durante le crociate. Strana cosa la guerra: ci si ammazza eppure, talvolta, s'impara a conoscersi e magari ad apprezzarsi.  sempre successo cos, a quel che pare: o, almeno, lo dicono i poeti, a cominciare da Omero nell'Iliade. Certo, si parla di una guerra speciale: quella rivissuta in toni epici, eroici; quella in cui nel nemico si apprezzano lealt e valore. Gran bella cosa, comunque, che la pianticella della comprensione metta radici anche sul campo insanguinato dello scontro.
Le "canzoni di gesta" - a cominciare dalla Chanson de Roland - presentano il nemico "saraceno" in due modi: come idolatri, esseri mostruosi, adoratori di demoni e diabolici essi stessi, nelle loro fattezze; ma anche come guerrieri coraggiosi e generosi. La conoscenza reciproca tra cristiani e musulmani, nelle crociate di Siria come di Spagna, finir con il far prevalere l'apprezzamento sull'orrore e con il mostrare l'infondatezza del secondo. Una coscienza destinata a dar frutti tradivi ma preziosi. Ecco quel che un cronista della prima crociata diceva dei turchi, che aveva conosciuto in battaglia:
"Chi sar tanto dotto e sapiente da osar dipingere la sagacia, le capacit militari e il valore guerriero dei turchi? Essi credevano di spaventare il popolo dei franchi con la minaccia delle frecce, cos come hanno atterrito gli arabi, i saraceni, gli armeni, i siriani, i greci: ma, a Dio piacendo, con i nostri non ce la faranno mai.
D'altronde, essi dicono di appartenere alla stessa stirpe dei franchi e pretendono che nessuno - a parte i franchi ed essi stessi - abbia il diritto di dirsi cavaliere. Debbo a questo punto affermare una verit che nessuno oser contestare: senza dubbio, se essi fossero rimasti saldi nella fede cristiana (ci si riferisce qui all'idea, diffusa nel mondo cristiano, che l'Islam fosse uno scisma all'interno della Cristianit. N.d. A.) non si troverebbe nessuno pari a loro in potenza, coraggio e abilit guerriera".
Vi furono episodi nei quali principi musulmani furono "ordinati cavalieri", secondo le regole della vestizione - che sarebbe divenuta qualcosa di legato a un contesto religioso solo alla fine del Duecento - allora in uso, con molte varianti, in Europa.
Da episodi di questo genere pot prendere spunto un poemetto del primo Duecento francese, l'Ordne de chevalerie, nel quale si narra come un signore crociato, Ugo di Tiberiade, preso prigioniero nella battaglia di Hattin, abbia "addobbato" cavaliere il Saladino e gli abbia spiegato il significato dei simboli e dei riti usati nelle varie fasi della cerimonia di vestizione, che tecnicamente si chiama, appunto, "addobbamento". L'idea ebbe successo e pass anche in uno dei principali romanzi cavallereschi del Trecento italiano, L'avventuroso ciciliano di Bosone da Gubbio.
Nel primo Trecento, ormai, la fama "cavalleresca" del Saladino era talmente consolidata che Dante, nel Convivio, poneva il Saladino tra i signori liberali e magnanimi, accanto ad alcuni ragguardevoli personaggi della Cristianit e, nella Divina Commedia, non osava condannarlo all'Inferno - nel quale invece non aveva scrupolo a porre Maometto - ma gli assegnava un posto, sia pur "solo, in parte" (cio in disparte), tra gli "spiriti magni" del limbo.
E Dante, naturalmente, influenzava Boccaccio: non tanto nei passi che di lui abbiamo gi trattato quanto nel De casibus virorum illustrium (dove tuttavia torna un cenno anche alla tradizione negativa del Saladino, colto in un gesto sleale nei confronti di altri principi musulmani) e soprattutto in un'altra novella del Decameron, quella della gara di arguzia tra il giudeo Melchisedech e il sultano (I, 3).
Si tratta del tema delle "tre anella", gi caro a una tradizione che si pu riscontrare nel Novellino, un'altra raccolta in cui ci si imbatte sovente nel tema del Saladino-cavaliere.
Le "tre anella" sono tre anelli identici, uno solo dei quali  per autentico, che un padre amoroso dona a tre figli devoti. La vera eredit sta nell'anello vero: ma ciascuno dei tre figli crede di averlo per s e come tale deve custodirlo per amore del padre. L'allegoria  chiara: si sta parlando delle tre fedi sorelle - l'Ebraismo, il Cristianesimo, l'Islam - che Dio ha donato agli uomini, e tra le quali solo Egli sa quale sia la vera.
Il tema delle "tre anella" si apriva a una considerazione dell'Ebraismo e dell'Islam certo estranea ai toni ruvidi e guerrieri della crociata popolare, non ignota tuttavia a quel mondo trecentesco che aveva ormai meditato a lungo - da Abelardo a Raimondo Lullo - sui rapporti fra le religioni uscite dal ceppo di Abramo e sulla loro comune radice.
Il Saladino sarebbe per noi rimasto isolato qui, in questo ambiguo gioco tra spirito cavalleresco e richiamo esotico alla magia e ai misteri d'Oriente, se la novella del Boccaccio non avesse ispirato, tra il 1778 e il 1779, il dramma Nathan der Weise di uno dei pi grandi scrittori del Settecento tedesco ed europeo, Gotthold Ephraim Lessing. Il Nathan rappresenta la traduzione, in termini poetici vibranti, degli ideali di tolleranza che, in altro modo, erano gi stati proposti da Locke e da Voltaire. Nessuno sa quale dei tre anelli  l'autentico: ma chi ne possiede uno deve rispettarlo come se fosse certo della sua preziosit e al tempo stesso rispettare quelli altrui, nella consapevolezza che tra essi potrebbe esserci quello vero e soprattutto nel segno profondo della fratellanza che lega tutte le creature umane e che rende dignitosa e rispettabile ogni fede, ogni idea vissuta in durezza di spirito e di coscienza.
Il Nathan ebbe accoglienze difficili. Alcuni stati tedeschi cattolici ne vietarono la rappresentazione; fu invece tradotto ben presto in francese, in inglese e perfino in greco.
In quest'ultima lingua fu rappresentato a Istanbul, dov'ebbe buona accoglienza anche presso il pubblico turco. In esso, l'esotismo settecentesco - quello stesso che troviamo, ad esempio, in tanti romanzi di Voltaire e in tante opere di Mozart - tocca il senso di uno dei pi alti messaggi che l'Occidente ha trasmesso all'umanit intera.
Forse il Saladino non ha niente a che fare con la tolleranza. Ma i personaggi storici finiscono con l'esser pi importanti per quel che significano agli occhi dei posteri che non per quel che sono davvero stati. Questa non  un'implicita affermazione che, nello studio della storia, sia bene abbandonare la speranza di riuscir mai davvero a sapere come siano davvero andate le cose: al contrario, chi ama la storia non pu non tendere a questo fine.
 solo un invito a cercar in essa, al di l dei fatti che ne costituiscono il tessuto, quell'intimo insegnamento che forse non ci aiuta a vivere (che la storia sia "maestra di vita"  un vecchio, retorico luogo comune), ma che ci aiuta a cogliere sempre meglio il nucleo, la sostanza del nostro appartenere al genere umano. Per questo - perch il meditare sulla sua figura ci ha aiutato, nel lungo arco di sette secoli, a conoscer meglio noi stessi - il grande sultano di Damasco e del Cairo  uno di noi, ci appartiene: lui curdo, lui musulmano, lui "nemico della croce". Per questo non possiamo farne a meno e rester sempre con noi e dentro di noi: finch leggere una riga di Dante o di Lessing avr un senso al mondo.
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